Il ricorso
Toghe pro-migranti e sinistra che festeggia: il governo non arretra. Piantedosi: sulla Sea Watch impugniamo tutto
Il governo non si fa intimidire o dettare la linea sulle politiche migratorie dalle toghe politicizzate. Non basta una sentenza ideologica a fermare la difesa dei confini, e l’esecutivo tira dritto ancora una volta: come ieri dopo il braccio di ferro sui centri in Albania. Oggi, all’indomani delle sentenze sul caso Sea Watch – il riferimento è a quanto successo nei giorni scorsi, con le toghe che hanno condannato l’Italia a risarcire con 76 mila euro la Ong proprietaria della nave capitanata nel 2019 da Carola Rackete, e la successiva revoca del blocco della nave che ne è seguita – confermando di non voler cedere il passo a quella parte della magistratura che sembra aver confuso il codice penale con il manifesto di una Ong o con il verbale di una riunione di sezione d’antan. L’annuncio è chiaro: il governo impugnerà la decisione del Tribunale di Palermo sul caso Sea Watch.
Migranti, Piantedosi: «Impugneremo le sentenze sulla Sea Watch»
A dettare la linea e a esporre la replica al verdetto giudiziario è il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che a margine dell’inaugurazione del nuovo ufficio della Questura a Termini ha gelato le speranze della sinistra: «Continueremo a confrontarci con questo tipo di sentenze impugnandole». Non è un attacco alle istituzioni, ma l’esercizio di un diritto in uno Stato democratico che prevede tre gradi di giudizio. Come spiega lo stesso numero uno del Viminale, asserendo:
«Dati e fatti danno ragione alle politiche del governo»
«Noi fino adesso, e continueremo a farlo, abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio. Quindi, quando è stato possibile, impugnando. E anche in questo caso faremo così», dichiara il ministro interpellato sulle recenti sentenze che riguardano le navi della Ong Sea Watch.
Una progressiva riduzione degli arrivi irregolari
Aggiungendo in calce: «Quello che voi chiamate blocco navale è un’ipotesi normativa che adesso farà il suo giro nelle aule parlamentari. Ossia, una cosa completamente diversa». Sottolineando anche: «Segnalo solo che con le politiche di questo governo c’è una progressiva riduzione degli arrivi irregolari. Guardate i numeri che indicano anche per quest’anno il calo degli sbarchi: vuol dire che il complesso delle iniziative che stiamo mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie, sta dando ragione alle politiche dell’esecutivo».
Risultati che il ministro Piantedosi rivendica con orgoglio e fermezza. Così, mentre i salotti progressisti celebrano ogni intoppo giudiziario come una vittoria politica, i dati reali dicono che gli sbarchi irregolari sono in netta e progressiva riduzione. O meglio: che la strategia del governo, nonostante i tentativi di sabotaggio per via giudiziaria, sta funzionando.
Migranti e toghe rosse, Tajani: «Basta patenti di onestà dalla sinistra»
Duro anche il commento di Antonio Tajani, che dal congresso della Cdu a Stoccarda ha rispedito al mittente le accuse di voler «alzare i toni». Per il ministro degli Esteri, criticare una sentenza non significa aggredire la magistratura. Ma esercitare il diritto di opinione. Il titolare della Farnesina ha poi lanciato un affondo contro la retorica della sinistra e di certi magistrati – come il procuratore di Napoli – che arrivano a criminalizzare chi sostiene le riforme del governo.
Tajani: «Impugnare la sentenza Sea-Watch non significa alzare i toni»
Queste le parole del ministro: «Il diritto è il diritto: quando è possibile impugnare una decisione, si può fare, e non significa alzare i toni». Lo ha detto chiaro e tondo Tajani in riferimento alla decisione del governo di impugnare la sentenza del tribunale di Palermo sul caso Sea Watch. «Abbassare i toni – ha spiegato il titolare della Farnesina – significa non dire quello che ha detto, per esempio, il procuratore di Napoli, quando ha affermato che chi vota Sì al Referendum è “mafioso” o è un “criminale” o è un “massone”. Tutti quanti dobbiamo usare dei toni più soft. E soprattutto parlare di contenuti. Che è quello che noi abbiamo sempre detto. E quello che vogliamo sempre fare».
Non solo. In merito alle dichiarazioni della premier Meloni sulla magistratura, «il presidente del Consiglio ha espresso delle posizioni. Ed esprimere delle posizioni e dare dei giudizi non significa attaccare. Uno può criticare, perché nessuno è al di sopra di ogni sospetto: anche i magistrati sbagliano. Abbassare i toni, allora, significa non insultare. Significa non aggredire verbalmente. E non significa non dire quello che si pensa. Anche io sono convinto che bisogna abbassare i toni: l’ho detto più volte e infatti non ho mai offeso nessuno; non ho mai detto che chi la pensa o non la pensa come me è un massone deviato o è un delinquente».
Chiosando lapidariamente: «Io sono una persona per bene e voto Sì – ha scandito il ministro –. E chi vota No è uguale a chi vota Sì. Nessuno può affibbiare ad altri la patente di onestà, di perbenismo, di serietà. Questo è un vecchio modello che la sinistra ha da sempre utilizzato per cercare di demonizzare gli avversari. E in questa campagna elettorale nessuno deve essere demonizzato».
Migranti e toghe ideologizzate: da Palazzo Chigi un messaggio netto, chiaro e univoco
Insomma, il messaggio che arriva da Palazzo Chigi è netto quanto univoco: la linea sulle politiche migratorie la decide chi ha ricevuto il mandato dagli elettori: non chi indossa la toga con spirito di parte. Come già accaduto per l’Albania, il governo utilizzerà ogni strumento legale per impedire che la sovranità nazionale venga sacrificata sull’altare dell’accoglienza indiscriminata. I gufi e le toghe ideologizzate se ne facciano una ragione: l’Italia non torna indietro.