Dopo i fatti di Torino
La violenza, la cultura, l’assenza e l’essenza: se manca la politica emerge la mediocrità e la sinistra non lo capisce
Ciò che è accaduto sabato scorso impone una riflessione responsabile e un atteggiamento istituzionale delle opposizioni
Sarebbe sbagliato dire che la violenza non ha mai cambiato il mondo in senso letterale. Poiché tutte le rivoluzioni, se si esclude la straordinaria battaglia di Gandhi, sono nate dalla violenza. Da quella principale, la Rivoluzione francese del 1789, a quella altrettanto determinante operata da Lenin in Russia nel 1917. Ma il punto di partenza è proprio questo. Quelle rivoluzioni avevano un senso collocate nella loro dimensione storica e non erano certo espressioni di nichilismo o di spontaneismo senza senso.
Perché emerge una mediocrità bassa
Picchiare, anzi prendere a martellate un poliziotto non ha niente di rivoluzionario. Né può essere elevato ad atto rivoluzionario. E qui nessuno criminalizza singole persone o collettività ma un modo abbastanza mediocre di pensare. Su questo la sinistra, che oggi è all’opposizione, dovrebbe interrogarsi. Ammesso che questa definizione (sinistra) sia attuale e descrittiva. Il conflitto politico e sociale ha un valore se sublimato e portato nelle istituzioni. Se è rappresentativo dei corpi sociali. Una sinistra moderna si porrebbe innanzitutto il problema della partecipazione popolare e democratica. Non quello di suddividere le azioni di protesta o di violenza in base alla convenienza. Per cui è impedito a Casa Pound di parlare in Parlamento perché “tornano gli assassini di Matteotti” mentre si reagisce ai fatti di Torino parlando in termini reazionari di un ipotetico potere reazionario.
Il doppio binario nella lettura storica
Carlo Bonini, che su Repubblica ha scritto comunque sempre cose intelligenti (molte volte non condivisibili) dice che “sarebbe sbagliato pensare che Torino oggi sia quella degli anni del terrorismo”. Il che è assolutamente vero. Torino allora era la capitale europea dell’industria, con la Fiat e con un’operaizzazione che apriva il campo a diverse conseguenze sociologiche. Anche con le distorsioni della lotta armata. Ma questa lettura prudenziale, ancorché giusta, non si usa quando si aleggiano fantasmi inesistenti elevando comportamenti di singoli idioti a una sorta di spauracchio nazionale, con in mezzo il motore sempre “funzionante” del fascismo. Come se l’Italia di oggi fosse quella di Facta e del 1919.
La reazione sbagliata
Francesco Boccia, che non è uno sprovveduto, oggi accusa il governo di parlare troppo “dei fatti di Torino, invece che occuparsi di Niscemi”. Sacrosanto e legittimo chiedere cosa farà l’esecutivo in Sicilia, ma utilizzare questo argomento come shift è una reazione sbagliata. Come se al governo ci fosse una sorta di eterna Dc che vuole distrarre l’attenzione. Mentre l’attenzione su Torino deve rimanere ferma non per strumentalizzare ma per prevenire, educare, evitare la recidiva.
La nostra vocazione paranoidea
Se c’è una cosa che noi italiani sappiamo fare è quella di vivere nella cultura del sospetto. Cosa c’è dietro Torino? Chi sono gli infiltrati? Saranno stati “agenti mandati dal governo per legittimarsi e legittimare la reazione”. Sono parole che si leggono sui social e non sono isolate. Certo, la diffidenza degli italiani in generale rispetto alla violenza ha radici antiche: le grandi stragi, tanti omicidi eccellenti (Mattei, Moro) o di mafia hanno lasciato dubbi e aperto il varco a legittime interpretazioni. Ma pensare che il governo si infiltri in una manifestazione di un centro sociale che già aveva dato segni di poca propensione al dialogo, è assurdo. Né tantomeno che usino questi fatti per dimenticarsi della Sicilia.
Cosi si rimane fermi e involuti
Nessuno dalle parti della maggioranza accusa i milioni di elettori del centrosinistra di essere violenti. Sarebbe illogico. E nessuno pensa che la violenza debba essere contrastata solo se proviene da determinanti nuclei. Per questo, un’opposizione matura e di governo dovrebbe offrire alla maggioranza la sua collaborazione per realizzare insieme delle misure efficaci che separino il diritto inalienabile di espressione, di critica, di manifestazione, di dissenso da una violenza ingiustificata. Che senso ha protestare spaccando la testa a un ragazzo in divisa oppure distruggendo macchine, negozi, beni pubblici?.
E’ la cultura non la violenza che cambia il mondo
Lo strumento base per le rivoluzioni moderate (termine coniato da Mitterrand) non è certo la violenza, ma la cultura. La fabbrica delle idee che contaminano, che coinvolgono. E anche su questo un dibattito aperto e franco sarebbe utile e produttivo. Partendo dalla storia.
Schlein non sia timida
Su questo punto Elly Schlein, come segretario del partito di opposizione principale, ha la responsabilità di non essere timida. Non si può pensare all’azione politica come un’eterna campagna elettorale, né ritenere che essere opposizione significhi dire sempre di no. Le istituzioni (e le forze dell’ordine ne sono un pilastro) appartengono a tutti e non a una sola parte. Per fortuna quel ragazzo in divisa non è morto. Ed era lì non perché in Italia vige uno Stato di polizia ma per difendere l’incolumità di tutti. Fare questo salto di qualità farebbe bene al Pd, all’Italia, alla democrazia. La violenza come soluzione dei conflitti oggi predomina senza alcun contenuto ideologico, come accadeva invece nei processi di mutamento storico. Poi è divenuta, in Europa, in Italia, drammatico terreno di morte negli anni settanta. Prevenirla è doveroso per chiunque. Adesso. Subito.
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