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Omicidio di Abanoub Youssef, giusto introdurre controlli e metal detector a scuola? Il sondaggio del Secolo

Prevenire la violenza

Omicidio di Abanoub Youssef, giusto introdurre controlli e metal detector a scuola? Il sondaggio del Secolo

Cronaca - di Gabriele Caramelli - 25 Gennaio 2026 alle 07:15

La vicenda del diciassettenne Abanoub Youssef all’istituto Chiodo di La Spezia, assassinato con una coltellata da Zouhair Atif, ha acceso il dibattito sulla sicurezza. Il sondaggio pubbicato sul Secolo d’Italia ha svelato le posizioni degli italiani sull’inserimento di controlli tassativi nelle scuole. L’80,9% è d’accordo con una presa di posizione rigida, capace di monitorare gli oggetti introdotti dai giovani nei luoghi di formazione, mentre  il 13,9% ritiene che un supporto psicologico sia la soluzione migliore. Soltanto il 5,4% delle persone intervistate ritiene che la vicenda di Abanoub sia un caso isolato e che quindi non debbano essere presi ulteriori provvedimenti.

Omicidio Youssef, introdurre i metal detector nelle scuole? Ecco il sondaggio del Secolo

Per la maggior parte dei rispondenti al sondaggio sarebbe opportuno introdurre dei metal detector negli istituti, per evitare che simili episodi si ripetano nel tempo. Negli Usa questa usanza c’è già, per evitare che gli scolari possano portare armi o droghe all’interno degli edifici scolastici. Le convinzioni di chi ha votato la dicono lunga sulle impressioni che tanti italiani hanno sul periodo corrente: non si è più al sicuro, nemmeno nei luoghi che nascono per imparare e confrontarsi con chi ci sta intorno. Se una certa sinistra fa finta di non vedere cosa sta accadendo nel nostro Paese, contrapponendosi alle misure tutelari come il Dl Sicurezza, dall’altra tanti italiani hanno ben chiare le priorità che contraddistinguono una società sana. Senza educazione alla legalità, si rischia di andare incontro al caos.

Quando il supporto psicologico non basta…

“Prevenire è meglio che curare”, recita un vecchio detto. Ma cosa si fa quando la violenza degenera e crea metastasi, persino nei luoghi considerati sicuri? Se soltanto il 13,9% degli intervistati ritiene che un supporto psicologico sia la soluzione per bloccare la deriva della brutalità, vuol dire che c’è bisogno di agire in tutt’altro modo per evitare che altre tragedie si verifichino a scuola, o nei luoghi pubblici. Dunque, per fermare la violenza servirebbe un connubio di misure capaci di risolvere alla radice una problematica che è sotto gli occhi di tutti, ma che qualcuno fa ancora finta di non vedere.

Nascondere la polvere sotto al tappeto non è la scelta giusta

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo, celebre capolavoro letterario risorgimentale. Ed è proprio questa la direzione che la maggior parte degli intervistati vorrebbe scegliere: una svolta che riporti finalmente la penisola a quella sicurezza che manca da troppi anni e che è stata minata già nella “Prima repubblica” dagli anni di piombo. Fatta eccezione per una minoranza di scettici, che non credono alla diffusione dei fenomeni violenti. I “casi isolati”, purtroppo, diventano troppo spesso estesi. Basti pensare alla studentessa 12enne che il 4 novembre 2025, nel cortile antistante la Scuola media “A. Vivaldi” di Marino, in provincia di Roma, ha accoltellato un suo compagno dopo averlo accusato di aver fatto “la spia”. Ed ecco che il mito della rara brutalità viene smentito. Non bisogna concentrarsi sul numero di omicidi e accoltellamenti, ma sul fatto che questi avvengano: per di più tra le mura di quelle strutture che per anni abbiamo considerato “sicure”.

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di Gabriele Caramelli - 25 Gennaio 2026