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Oggi i funerali delle vittime di Crans Montana

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Oggi i funerali dei ragazzi morti nella strage di Crans Montana. Meloni al Niguarda lontana dai riflettori

Cronaca - di Alice Carrazza - 7 Gennaio 2026 alle 09:08

A poche ore dalla partenza per Parigi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ieri in tarda mattinata si è recata al Niguarda di Milano per raggiungere il Centro ustioni, dove sono ricoverati i ragazzi feriti nella strage di Crans-Montana. Una visita non calendarizzata e lontana dai riflettori, alla vigilia del vertice della coalizione dei volenterosi, per incontrare i giovanissimi coinvolti  e i loro familiari, e continuare a seguire da vicino una vicenda che ha segnato profondamente il Paese.

La vicinanza di Meloni alle famiglie

All’ospedale milanese la premier ha chiesto aggiornamenti dettagliati sulle condizioni cliniche degli undici ricoverati, informandosi anche sul dodicenne milanese ferito dall’esplosione di un petardo la mattina di Capodanno, attualmente in terapia intensiva. Meloni ha incontrato il direttore del reparto di Anestesia e Rianimazione, Giampaolo Casella, e il direttore generale Alberto Zoli, soffermandosi brevemente con alcuni familiari e rinnovando «la piena vicinanza e il sostegno del governo in questo momento di grande dolore». Prima di lasciare il reparto, il ringraziamento personale a medici e infermieri per il lavoro svolto in condizioni di emergenza continua.

Le parole delle mamme

Non è la prima volta della premier al Niguarda: nel maggio del 2024, come ricostruito da Marta Bravi sul Giornale, aveva portato il suo saluto a Christian Di Martino, il poliziotto accoltellato alla stazione di Lambrate. Questa volta però il contesto è segnato da una ferita aperta, che unisce tutt’Europa. Nei giorni scorsi, dopo le telefonate di Meloni alle famiglie, ha colpito la lucidità delle madri. «Sono orgogliosa di essere italiana, dovete essere orgogliosi di esserlo. Grazie per tutto quello che hanno fatto», aveva detto la mamma di Achille Barosi, una delle vittime della strage, un ringraziamento condiviso anche dalla mamma di Giovanni Tamburi.

Le condizioni dei ragazzi feriti

Il quadro clinico dei pazienti resta complesso. «Alcuni più gravi, altri meno, ma su tutti manteniamo ancora una prognosi riservata», ha spiegato Zoli. «Le loro condizioni variano fino a ustioni al 70%, ma con compromissioni delle funzioni vitali. Per questo sono tutti pazienti ancora in condizioni critiche, ma che nelle prossime ore possono avere evoluzione speriamo positiva». In terapia intensiva, ha precisato Casella, «abbiamo tre pazienti molto più critici di altri, ma le condizioni sono stabili e riusciamo a mantenerli non in pericolo di vita immediato». Il decorso rimane incerto: «Si naviga a vista» e «ogni giorno è un giorno guadagnato». A pesare, oltre alle ustioni, «l’aver dovuto respirare fumi velenosi molto a lungo», un fattore che «moltiplica il problema». Diversi interventi chirurgici sono programmati in giornata, proprio mentre si svolgeranno i funerali dei ragazzi scomparsi.

Il lavoro del Niguarda

Il reparto procede senza sosta. Fernanda Settembrini, chirurgo plastico e membro dello “scout team” inviato in Svizzera la sera del primo gennaio per valutare i feriti italiani e organizzarne il trasferimento, parla di «una delle situazioni più impegnative, sia dal punto di vista emotivo che tecnico». «La tragedia ha toccato tutti noi. Io sono una mamma, quindi mi ha toccato sicuramente», ammette, ma «la nostra capacità è proprio rimanere professionali per aiutare al meglio questi ragazzi e le famiglie». Le valutazioni sono quotidiane, senza possibilità di previsioni a breve termine. «Abbiamo la massima collaborazione dei colleghi, ci confrontiamo con la terapia intensiva ogni giorno. Abbiamo la disponibilità di sale operatorie tutto il giorno e siamo ben organizzati». Centrale anche il supporto psicologico: «Con gli psicologi presenti 24 ore su 24 nei nostri reparti, riusciamo a comunicare anche determinate notizie ai genitori in maniera adeguata. Si è creato un rapporto di fiducia reciproca».

Le indagini sulla tragedia

Sul rogo, intanto, proseguono gli accertamenti. È emerso che, per ampliare lo spazio del locale, i gestori avevano ristretto la scala di accesso al seminterrato a un metro e mezzo, trasformandola durante la fuga in un imbuto fatale. L’unica uscita di emergenza risultava nascosta e tenuta chiusa a chiave per ridurre il personale addetto al controllo. La capienza autorizzata era di cento persone, ma quella notte i presenti erano molti di più, come si deduce facendo la conta tra feriti e vittimi. Sul soffitto erano presenti pannelli fonoassorbenti altamente infiammabili, incendiatisi a contatto con i bengala, e mancava un impianto antincendio.

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di Alice Carrazza - 7 Gennaio 2026