Non è un Paese per giovani
Meno nascite vuol dire meno lavoro: il rapporto della Cgia sul rapporto tra calo demografico e occupazione
“L’invecchiamento della popolazione non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese”. A spiegarlo è stata la Cgia di Mestre in un’analisi sottolineando che “in molti paesi europei, e in Italia in particolare, il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo”. Peraltro, c’è una questione occupazionale non indifferente dietro il calo delle nascite: “La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali”.
Il rapporto della Cgia di Mestre: calo demografico e invecchiamento sono temi economici
Il risultato della mancanza di manodopera “è una maggiore incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa. Il problema più profondo, però, è la perdita di capitale umano invisibile”. “Con l’uscita dei lavoratori più anziani si disperdono competenze tacite, conoscenze di processo, relazioni con clienti e fornitori – prosegue la Cgia -. È un patrimonio che non compare nei bilanci aziendali ma che determina la capacità competitiva dell’impresa. Senza un passaggio generazionale strutturato, molte piccole realtà produttive rischiano di perdere in pochi anni i traguardi che hanno raggiunto in decenni di duro lavoro”.
Secondo l’associazione, l’invecchiamento ha effetti “anche sull’innovazione. Aziende con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi. La digitalizzazione procede a macchia di leopardo, l’automazione viene rinviata, l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce. In un’economia sempre più basata su produttività e conoscenza, questo ritardo diventa cumulativo”.
Cosa succede quando non c’è la manodopera adeguata
“Le imprese edili, quelle di facchinaggio, l’autotrasporto, i comparti produttivi che sono obbligati a lavorare anche di notte, guardano con crescente preoccupazione all’età media dei propri addetti”, ha evidenziato la Cgia nell’analisi, aggiungendo che “nei cantieri, alla guida di un Tir e in molte fabbriche l’invecchiamento delle maestranze non è più una tendenza, ma una realtà strutturale, aggravata da un fatto ormai evidente: i giovani non vogliono più fare questi mestieri. Il problema non è solo demografico, ma economico e produttivo”. Prendiamo come esempio L’edilizia, che “è un settore che vive di lavoro umano, competenze pratiche ed esperienza diretta. Quando muratori, carpentieri e capicantiere vanno in pensione senza essere sostituiti, la capacità produttiva delle imprese si riduce. L’invecchiamento delle maestranze incide anche sui costi. Una forza lavoro anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese”.
“Molti settori ad alta intensità di lavoro continuano a operare grazie alla disponibilità di manodopera straniera, ma fino a quando potremo ancora fare affidamento su questa risorsa?”, si chiede l’associazione mestrina, che ricorda: “Se devono scegliere, i giovani, non hanno tanti dubbi; preferiscono quasi sempre le grandi imprese alle piccole per una combinazione di fattori economici, organizzativi e culturali. Non si tratta solo di una questione di salario, ma di aspettative di carriera, riduzione del rischio e qualità delle opportunità percepite”.
Le grandi aziende e le piccole imprese nell’ottica dei giovani
Secondo la Cgia, “Le grandi aziende, ad esempio, offrono percorsi di carriera più strutturati, con ruoli definiti, sistemi di valutazione, formazione interna e possibilità di mobilità orizzontale e verticale”. Di conseguenza, per un giovane “questo significa poter investire nel proprio capitale umano con maggiore prevedibilità dei rendimenti. Nelle piccole imprese l’apprendimento può essere intenso ma poco riconoscibile all’esterno e spesso legato a competenze molto specifiche, difficilmente trasferibili. Lavorare per un grande marchio ha un valore simbolico: arricchisce il curriculum, facilita futuri passaggi occupazionali e, in caso di migrazione in un’altra azienda, migliora la posizione contrattuale del lavoratore”.
Ma non solo, perché a livello occupazionale “esiste una dimensione culturale e generazionale. Dopo gli anni del Covid i giovani attribuiscono sempre più una grande importanza a welfare aziendale, flessibilità di orario, smart working, attenzione a diversità e sostenibilità. In sintesi, l’invecchiamento della popolazione occupata, accentuato dalla scarsità di giovani in ingresso nel mercato del lavoro, sta orientando sempre più le scelte delle nuove generazioni”. Per concludere, “quando sono chiamati a decidere, i giovani privilegiano le grandi imprese, percepite come in grado di garantire maggiori tutele, visibilità e stabilità. È plausibile che nei prossimi anni questa dinamica si rafforzi ulteriormente, complicando in misura crescente la capacità dei piccoli imprenditori di reclutare manodopera“.