L'ultima opera del regista
“La grazia”, Dio e il senso di colpa: Sorrentino e il dualismo tra potere e responsabilità
È nelle sale il film del premio Oscar napoletano, che riporta all'eterna contrapposizione tra soggettività e dovere. Strepitoso Servillo
“La grazia” è al cinema, preannunciato da un lungo battage pubblicitario. E anche stavolta, seppure il senso di idolatria che lo circonda lo danneggi, Paolo Sorrentino coglie nel segno. Con una intuizione che parte da una realtà ma anche e soprattutto con il parallelo continuo tra potere, responsabilità e senso di colpa.
La storia
Mariano De Santis, giunto quasi alla fine del suo mandato di presidente della Repubblica, vedovo e cattolico (come Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella) si trova dinanzi a due dilemmi. Scegliere a chi concedere la grazia, tra un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito dopo continui maltrattamenti. Il dilemma più importante, però, è quello se firmare o meno la legge sull’eutanasia, pressato dalla figlia, interpretata da Anna Ferzetti.
Toni Servillo, attore feticcio del regista napoletano, riesce a trasmettere il tormento di un uomo che deve decidere tra due questioni molto simili e, soprattutto, osservare il principio di laicità delle istituzioni mantenendo la sua identità di cattolico.
Si dice disponibile a firmare il testo sul fine vita pur con una serie di osservazioni, emendamenti, modifiche, nel tentativo di contemperare il suo ruolo di garante laico e quello forse più immanente di uomo al servizio di Dio.
Il Papa nero
Sorrentino fa comparire nel suo vulgo felliniano un Papa nero, con una sorta di simbologia subliminale che richiama sia alla narrazione che il Pontefice di colore sarebbe l’ultimo prima della fine dei tempi, sia alla figura conservatrice dei prelati africani, che rafforzano l’immagine di una Chiesa intransigente.
La colpa
Mariano De Santis deve fronteggiare innanzitutto il suo strisciante senso di colpa. Che richiama al concetto di colpa deontologico di Francesco Mancini, caposaldo della letteratura psicologica, rilanciato da Antonio Semerari, e lo pone dinanzi all’amletismo di una indecisione che non decide. Come se pur di non danneggiare nessuno, il presidente scelga di danneggiare entrambe le persone che chiedono, appunto, la grazia.
Perché salvare una persona a scapito di un’altra dal carcere e con quale criterio? È giusto di fatto legittimare l'”omicidio di Stato” dinanzi al fine vita? È in questo filo che si interseca la parte più interessante del film del premio Oscar.
Il senso criptico
Sorrentino torna a una sorta di realismo dopo Partenope, ma non cessa di mantenere il senso criptico del suo linguaggio. Il film abbraccia temi filosofici ponendo l’accento sulla condizione umana del potere. Cede leggermente di ritmo, come spesso accade ai film del regista de “La grande bellezza”, ma rimane complessivamente un gran bel film. Non è mai stucchevole, né noioso. Entra in una profondità di animo che mostra i limiti di ogni potere. E di ogni uomo.