Contropiede
Il voto sull’Iran e l’Opa cinica di Conte: cosa c’è dietro la mancata condanna del regime di Teheran
A quel punto, il Pd non potrebbe negare a Conte le primarie collegiali. Che lui è convinto di vincere, coltivandosi i vari orticelli di consenso dissenzienti, oltre il "campo largo" collegiale
Sarà sempre peggio. Il sondaggio secondo il quale Giuseppe Conte sarebbe in testa agli ipotetici competitor della Meloni, gli ha dato alla testa. Ora ci crede davvero possa essere lui il leader di tutto il campo largo da contrapporre alla presidente del Consiglio che guiderà il centrodestra nelle Politiche del 2027. E ha ben chiaro in testa cosa fare: allargare il suo consenso; certo nel campo largo, ma soprattutto a sinistra del Pd e persino di Avs, verso i territori che i due soggetti del polo progressista non rappresentano. Un’ area indefinita che emerge dai sondaggi d’opinione e che Conte punta a fare crescere. Grazie ad alcuni fattori.
Il leader pentastellato si prepara alle primarie raccogliendo gli integralisti delusi
Il primo è che l’area riformista dentro il Pd, contestando le scelte di Elly Schlein “da destra”, gioca in suo favore. Il capo del M5S si presenta a tutti gli altri, dentro e fuori del Partito democratico e del duo Bonelli-Fratoianni, come il garante dei “rivoluzionari”, degli integralisti delusi da Elly Schlein e compagni: pacifisti di ogni colore, propal, antisionisti-antisemiti, antiamericani, flottiglieri, castristi-maduriani, filo-iraniani, occupanti di edifici pubblici, abitatori di centri sociali, travaglisti doc, pezzi di magistratura dura e pura, morettisti incazzati, et cetera. Una massa indistinta, composta da più segmenti, di cui Conte vuole fare un popolo. Più esattamente il “suo” popolo delle primarie; da portare a votare. Per lui.
L’astensione sull’Iran e il progetto egemonico sul campo largo
La dissociazione del M5S dal documento parlamentare bipartisan che condanna la sanguinosa repressione in Iran, è funzionale a questo disegno: certo è un’Opa a dir poco cinica, ma è la tessera non secondaria di un chiaro mosaico egemonico. Che sfocia nella richiesta di primarie di coalizione. Al leader del M5S potrebbe venire incontro persino una legge elettorale che “obbligasse” le coalizioni a indicare un “capo” unitario che di fatto sarebbe un’indicazione di candidato premier. A quel punto, il Pd non potrebbe negare a Conte le primarie collegiali. Che lui è convinto di vincere, coltivandosi i vari orticelli di consenso dissenzienti, oltre il campo largo “ufficiale”. E poi, chi lo dice che messa la pistola sul tavolo, i governisti del Pd, non si convincano ancor prima, di affidarsi a lui? In fondo, se da candidato premier perdesse, perderebbe lui; se vincesse – ad oggi è molto difficile – ai Cinque Stelle, che otterrebbero Palazzo Chigi, toccherebbero pochissimi ministeri e di certo non il Quirinale: Franceschini ci starà già ragionando.
Se i giustizialisti perdono il referendum sulla giustizia
Conte sa però di avere un disturbo: il referendum sulla giustizia. Se prevalesse la separazione delle carriere dei magistrati, con l’apporto della “sinistra per il Sì”, sarebbe una sconfitta per il fronte giustizialista guidato da Marco Travaglio. E quindi pure per lui; mentre a sinistra riavrebbero voce e fiato i riformisti. Anche questo passa per la consultazione del 22 e 23 marzo. Il centrodestra noti e annoti.