Terra di Thule
Il “caso Groenlandia” spiegato bene: riscoprire un’antica verità per capire cosa si muove intorno all’estremo Nord
Per comprendere la cronaca attuale è necessario partire dal contesto e dalla geografia, che detta la geopolitica prima dei leader. Anche se molti lo hanno dimenticato
Negli ultimi mesi la Groenlandia è entrata fra i temi al centro del dibattito internazionale. Le dichiarazioni e le pressioni politiche provenienti dagli Stati Uniti, rilanciate ancora una volta da Donald Trump, hanno riacceso l’attenzione su un territorio che, pur contando meno di 60mila abitanti, occupa una posizione decisiva nello scacchiere globale. Al di là delle notizie estere contingenti, che sempre affascinano, ciò che emerge con prepotenza è un dato strutturale: la Groenlandia non è importante per ciò che rappresenta politicamente oggi, ma per dove si trova, per cosa contiene e per come il mondo sta cambiando intorno a lei. In una parola, per la sua geografia, ovvero la materia fra le più nobili dell’arte della politica.
Ripartire dal contesto per capire il “caso Groenlandia”
Per comprendere la cronaca attuale è necessario partire dal contesto. La Groenlandia è formalmente parte del Regno di Danimarca, ma gode di un’ampia autonomia politica e amministrativa. Negli ultimi anni ha rafforzato un’identità sempre più indipendentista, pur restando fortemente dipendente dai trasferimenti economici di Copenaghen. In questo quadro complesso si inseriscono le recenti prese di posizione statunitensi, che hanno rilanciato l’idea – già avanzata nel 2019 e riproposta nel secondo mandato di Trump – di un controllo diretto o indiretto dell’isola, motivato da esigenze di sicurezza nazionale e di competizione strategica globale.
Truman, il primo a pensare di comprarla
Questa attenzione, tuttavia, non è affatto nuova: Trump non si è inventato granché. La Groenlandia è stata più volte al centro dell’interesse statunitense nel corso della storia. Già nel 1867, subito dopo l’acquisto dell’Alaska dalla Russia, alcuni settori dell’amministrazione americana ipotizzarono l’acquisizione della Groenlandia e dell’Islanda. Nel 1946, al termine della Seconda guerra mondiale, il presidente Harry Truman arrivò a offrire alla Danimarca 100 milioni di dollari per l’isola, riconoscendone il valore strategico nel controllo dell’Atlantico settentrionale. Durante la Guerra Fredda, la Groenlandia divenne un avamposto fondamentale del sistema difensivo statunitense e Nato, ospitando la base di Thule, oggi Pituffik Space Base, ancora centrale per la sorveglianza missilistica e spaziale.
Così lontana, così vicina
La ragione profonda di questa continuità storica non è politica, ma nuovamente geografica. La Groenlandia si trova in una posizione unica: è geograficamente parte del Nord America, ma politicamente legata all’Europa; è collocata tra l’oceano Atlantico settentrionale e l’oceano Artico; si trova lungo la linea di contatto più diretta tra Stati Uniti e Russia, se si esclude il confine tra Alaska e Kamchatka nello stretto di Bering. In un mondo che siamo abituati a osservare su proiezioni cartografiche “piatte”, la Groenlandia appare periferica (ed enorme). Nel geoide reale, diventa invece uno dei principali nodi di connessione tra i continenti dell’emisfero nord, Italia compresa.
La posizione chiave per il controllo dello spazio aereo e delle rotte marittime
Questa centralità è evidente anche nei trasporti, spesso trascurati nel dibattito pubblico. Gran parte delle rotte aeree intercontinentali tra Nord America, Europa e Asia segue traiettorie ortodromiche, cioè le distanze più brevi sulla superficie terrestre, nel nostro caso la regione polare artica. Molti voli civili e militari passano sopra o in prossimità della Groenlandia, rendendola un’area chiave per il controllo dello spazio aereo, delle comunicazioni e delle infrastrutture di sorveglianza. A ciò si aggiunge la crescente importanza delle rotte marittime artiche, rese progressivamente più accessibili dallo scioglimento dei ghiacci. Il Passaggio a Nord-Ovest, la Northern Sea Route lungo le coste russe e la, forse, futura rotta artica centrale trasformano la Groenlandia in un “pivot” logistico potenziale del commercio globale, oltre che in un punto di controllo del cosiddetto Giuk Gap, il corridoio marittimo tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, cruciale per l’accesso all’Atlantico.
Il nodo delle risorse: minerali critici, terre rare, potenziali riserve di petrolio e gas
Accanto alla posizione, pesano indubbiamente le risorse. La Groenlandia concentra una quantità rilevante di minerali critici, terre rare, uranio, rame, grafite, oltre a potenziali riserve di petrolio e gas offshore; e nella nostra epoca, segnata dalla transizione energetica e dalla competizione industriale spesso a basso costo e con risorse sempre più finite, queste risorse assumono un valore strategico che va ben oltre il loro prezzo di mercato. Gli Stati Uniti, come l’Unione europea, sono fortemente dipendenti dalle filiere controllate dalla Cina, e la Groenlandia rappresenta una delle poche aree politicamente “amiche” in cui diversificare approvvigionamenti e filiera minerale. Non a caso Pechino ha mostrato un interesse crescente per investimenti minerari e infrastrutturali sull’isola, seguendo una strategia già sperimentata in Africa o in snodi globali come il canale di Panama.
Il rischio dell’influenza di Russia e Cina
È proprio qui che si inserisce la pressione americana. Più che un reale progetto di annessione, la linea statunitense sembra rispondere a una logica di occupazione strategica delle caselle vuote dello scacchiere globale. La Groenlandia è una di queste: un territorio enorme, poco popolato, ricco di risorse, collocato in una zona di frizione tra grandi potenze e sotto l’egida indiretta della Ue, in qualità di Paese e Territorio d’Oltremare, ovvero di un interlocutore troppo lento e appesantito da complicazioni burocratiche e scelte non condivise. Lasciarlo scoperto significherebbe consentire a Russia o Cina di aumentarvi la propria influenza.
Cosa passa per la testa di Trump?
In questa chiave, le dichiarazioni di Trump svolgono anche una funzione indiretta: spingere l’Europa e la Danimarca ad assumersi maggiori responsabilità nella difesa e nel presidio dell’Isola, rafforzando il fronte occidentale. Le ipotesi sul tavolo sono, pertanto, due: la prima, gli Usa assumono il controllo diretto della Groenlandia (militarmente? Con una transazione economica? Improbabile, ma poco conta), e quindi Trump vince; la seconda, la Nato e la Ue si fanno carico di una maggiore attenzione per l’isola, e Trump vince. Quella del Potus risulta così essere una strategia comunicativa vincente: alzando il livello del dibattito e degli attriti, usa la comunicazione come strumento di pressione col quale pungolare gli “alleati” secondo le proprie necessità e le proprie logiche, garantendo così agli Usa una regione-cuscinetto sotto il proprio controllo, diretto o indiretto che sia.
Tutto questo conferma un dato spesso dimenticato nel dibattito politico: la geografia determina le strategie di lungo periodo delle Nazioni più dei leader. Gli Stati Uniti, protetti da due oceani, ricchi di risorse e relativamente isolati da minacce dirette, agiscono storicamente per garantire sicurezza, autonomia e controllo degli spazi circostanti. La Groenlandia rientra pienamente in questa logica. Non è un capriccio presidenziale, come pigramente viene fatto passare da certi opinionisti nostrani, ma una necessità strutturale dettata dalla posizione, dai trasporti, dalle risorse e dall’evoluzione del sistema internazionale.
L’antica verità che ci viene raccontata dalla Groenlandia
Il vero tema, tuttavia, risulta essere sempre lo stesso: perché la Ue ha bisogno di essere messa continuamente alle strette da questo o quel presidente degli Usa, o della Russia, o della Cina? Perché la Ue non riesce ad affermare una propria volontà di potenza che sia realmente autonoma e sovrana, indipendentemente dalle contingenze? Questa, più che nell’ultimo trentennio, è un’epoca di ritorno al realismo geopolitico, e la Groenlandia assurge così a simbolo di una verità antica, celata, ma sempre attuale: la politica segue la geografia, mai il contrario. I territori – e i confini – non hanno mai smesso di contare, anche quando si è fatto finta, come in una grande allucinazione collettiva, che fossero superati dalla globalizzazione. Oggi, con la competizione tra potenze leggermente più marcata e non limitata al piano commerciale, tornano semplicemente al centro della scena con stupore del pubblico.