Lavaggio del cervello
Giustizia, balle spaziali alla stazione di Milano sul referendum: bufera sul cartellone pubblicitario ingannevole
Il comitato per il “No” al referendum sulla giustizia le sta provando un po’ tutte per demonizzare gli avversari. Come si legge sugli schermi pubblicitari della stazione di Milano centrale, in cui è stato evidentemente acquisito uno spazio dall’associazione. C’è scritto: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota no”. Non si capisce neanche quale dovrebbe essere la correlazione con i giudici politicizzati, dal momento che le correnti esistono anche se c’è chi fa finta di non vederle per evitare di affrontare il problema, o forse per connivenza. Come ha ricordato Alessandro Sallusti in un’intervista al Secolo d’Italia, “la separazione delle carriere era nel programma del Partito democratico e sul tema anche il Movimento 5 stelle in passato aveva dato pareri più che positivi. Il tentativo è di buttarla in politica, scappando dai temi della riforma”.
Cartelloni ingannevoli sul referendum per la Giustizia: la magistratura è già politicizzata
L’episodio plateale alla stazione milanese non ha fatto altro che innescare la reazione del Comitato per il “Sì”, che in una nota ha espresso tutto il proprio sdegno: “Si tratta di una distorsione consapevole della realtà. La riforma non sottomette i giudici alla politica e chi sostiene il contrario attribuisce consapevolmente a un testo ciò che quel testo non dice e non consente”. Ma non solo, perché “quando si parla di giustizia, di Costituzione e di diritti, la verità non è negoziabile. Si può essere contrari alla riforma, ma non si possono ingannare i cittadini per ottenere consenso. Chi sceglie la seconda strada non difende la democrazia: la svuota”.
Sul tema è intervenuto anche il presidente del Comitato “Sì separa” della Fondazione Einaudi, Gian Domenico Caiazza: “Per ottenere ‘giudici che dipendono dalla politica’, come recita il truffaldino, vergognoso manifesto che il Comitato per il No dell’Anm sta mettendo nelle stazioni italiane, occorre che lo preveda la Costituzione, mentre l’attuale riforma addirittura lo vieta (art. 104, comma primo). Oppure, che lo prevedano tecnicamente una serie di norme specifiche e complesse, compatibili con la Costituzione, che regolino le modalità di questa ‘dipendenza’ e individuino l’istituzione (governo? ministro di Giustizia? Parlamento? una autorità?) alla quale ‘il giudice‘ (quale? Il pm o addirittura anche il giudice propriamente inteso?) sia gerarchicamente e funzionalmente subordinato. Ovviamente nulla di tutto ciò si trova nel testo della riforma. Che altro dire? Vergognatevi”.