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Giornata del malato, Papa Leone ricorda la parabola del “Buon Samaritano” contro l’indifferenza

L'amore non è passivo

Giornata del malato, Papa Leone ricorda la parabola del “Buon Samaritano” contro l’indifferenza

Cronaca - di Gabriele Caramelli - 20 Gennaio 2026 alle 14:55

«Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai la dimensione fraterna, samaritana, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo». Questo è il messaggio di misericordia che Papa Leone ha pronunciato per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, sul tema “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”, presentato stamani in Vaticano. «Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti», ha evidenziato il pontefice.

Giornata del malato, Papa Leone ricorda la parabola del “Buon samaritano”

Papa Leone ha ricandidato la figura «sempre attuale» del buon samaritano, denunciando che attualmente «viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano». Poi ha dato una chiave di lettura etica e sociale dell’episodio religioso: «La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini».

L’amore nei confronti del prossimo «non è passivo»

In seguito, il Pontefice ha spiegato che «l’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita». Insomma, quando si parla di vicinanza e compassione nella malattia, «non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono». Infine, Papa Prevost ha sottolineato che amare se stessi «significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello».

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di Gabriele Caramelli - 20 Gennaio 2026