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Il duo “Il musicologo”

L'intervista doppia

«Faccetta nera e Bella ciao? La musica va ascoltata con le orecchie, non con l’ideologia». Parla il duo “Il Musicologo”

I fratelli Matt e Stefano spopolano sui social dove smonta con l'ironia «barriere e bigotterie sociali» e sfida la cancel culture: «La storia non si cancella selezionando cosa ricordare, ridurre tutto al filtro politico è limitante. Le censure sui nostri profili arrivano da una sinistra fobica»

Cronaca - di Lorenzo Cafarchio - 25 Gennaio 2026 alle 07:00

Faccetta nera, Bella ciao e l’Inno di Mameli. No, non stiamo mischiando gli spartiti, ma ci troviamo nel mondo del Musicologo. Parliamo di Stefano, il pianista, e Matt, il manager. Il duo di fratelli che sui social racconta attraverso il loro taglio personalistico la musica. Suoni, atmosfere e un viaggio nel passato che tanto indigna l’oggi. Quindi con le orecchie ripulite dai suoni di plastica e da certo ciarpame culturale che ci circonda abbiamo deciso di sederci davanti al loro pianoforte. E da questa posizione privilegiata ci siamo fatti raccontare cosa vuol dire sfidare le posizioni di comodo dell’algoritmo con l’ausilio delle note.

«La musica è di tutti, ma non per tutti», questo il vostro slogan. Ma chi è il Musicologo? 

Matteo: «Il Musicologo è un grande pianista e organista classico, che si costituisce come duo fraterno. La parte artistica rappresenta il Musicologo per come lo vediamo e lo conosciamo tutti, il tizio con il cappello per intenderci, mentre quella manageriale è seguita da Matt, me medesimo. Non nasciamo come operazione di marketing, ma come reazione. Reazione a un sistema musicale sempre più estremo a cui rispondiamo con un linguaggio netto. La musica resta centrale, ma oggi dialoga per forza con i social, con attualità e con le dinamiche culturali. È il contesto a imporlo».

Stefano: «Il Musicologo è un pianista che entra a gamba tesa sui social spiazzando quella che è la conoscenza approssimativa dello studio del pianoforte, grazie a mio fratello Matt che gestisce i profili. “La musica è di tutti, ma non per tutti” riflette un aspetto importante, non è detto che se tu sappia suonare automaticamente sei anche un musicista. La musica è usufruibile da tutti, ma non è per tutti vivibile».

Oltre 150mila follower, video da milioni di visualizzazioni e foto con decine di migliaia di like. Il vostro reel, su Instagram, più virale riflette sull’inclusività dell’Inno di Mameli. Con l’ironia è possibile snodare ogni divergenza?

M.: «Usiamo ironia e musica proprio per dimostrare questo, per aprire spazi di riflessione, non per chiuderli. Non vogliamo dare lezioni né scrivere verità assolute. Se un contenuto funziona lo decide il pubblico, lo dicono le reazioni e l’impatto che esso genera. I numeri non sono un fine, ma un indicatore. Con strumenti semplici riusciamo spesso a far emergere reazioni forti, nel bene e nel male, alle volte anche oltre il settore di competenza: la musica. Ed è proprio questo che rende il tutto interessante».

S.: «I grandi classici insegnano che attraverso l’ironia si possono abbattere tutte le barriere e le bigotterie sociali, rendendo qualsiasi realtà nuda e cruda. Dietro un sorriso c’è sempre una sofferenza, prendere con ironia se stessi è per me un meccanismo di difesa che va a sopportare le ingiustizie e la quotidianità che oggi vivo. Il tutto senza trovare ancora il mio posto nel mondo».

Sui social avete spopolato con le vostre versioni di Faccetta nera e Bella ciao. Bastano poche note per farvi etichettare come fascisti o come comunisti, eppure sembra che le persone ascoltino la musica non con le orecchie, ma col filtro dell’ideologia. Principalmente a sinistra…

M.: «Personalmente sono d’accordo. Oggi la musica non viene più ascoltata con le orecchie, ma viene filtrata attraverso un’ideologia. Un’ideologia vecchia, che continua a dividere tutto in buoni e cattivi, con l’estrema sinistra nel ruolo morale e l’estrema destra nella posizione opposta. È una lettura semplicistica, che non aiuta a capire. Non è una questione di schieramenti, ma di ascolto. Ridurre tutto a un filtro politico, spesso orientato solo in una direzione, è limitante. Le persone finiscono per reagire più a ciò che viene loro suggerito che a ciò che realmente sentono. E questo le rende facilmente influenzabili».

S.: «Ascoltare un brano e sentirsi schierato politicamente, calcisticamente o culturalmente, rende sempre più vero il detto “la musica è di tutti, ma non per tutti”. Possiamo canalizzare le nostre emozioni attraverso ciò che ascoltiamo, ma non possiamo renderci schiavi di esse, la musica deve rimanere puro intrattenimento. Se gioco a Gta vado poi a fare rapine? Se guardo le piramidi sono a favore della schiavitù? Sì, nel nostro profilo la censura arriva da una sinistra fobica e come sappiamo le fobie sono pericolose».

A proposito di Faccetta nera. Questo Natale l’abbiamo sentita ovunque da Campobasso a Genova e nel capoluogo ligure il sindaco, Silvia Salis, ha attaccato pesantemente il giostraio che l’ha diffusa. Però basterebbe leggere il testo per rendersi conto che è una canzone tutt’altro che razzista…

M.: «Faccetta nera è un brano legato al Ventennio, un periodo storico concluso. Andrebbe ascoltato per ciò che è, senza trasformarlo automaticamente in uno strumento politico. Indignarsi senza contestualizzare rischia di essere eccessivo e poco utile. Se si sceglie questo metro di giudizio, allora dovrebbe valere anche per altri brani simbolici, da Bella ciao a Bandiera rossa. La storia non si cancella selezionando cosa ricordare. Sono capitoli chiusi, che fanno parte del nostro passato. Riconoscerli con lucidità, senza isterie, aiuterebbe a sgonfiare molte tensioni inutili».

S.: «Non ho ancora ben chiaro quanto sia accaduto, per quello che mi riguarda è stata una goliardata e non mi ha infastidito. Il razzismo sta nelle persone superficiali e non nelle musiche che appartengono al passato. La Salis sa sicuramente come creare hype e prendere consensi».

Alla luce di quanto evidenziato chi, nel 2026, decide qual è la buona musica e qual è quella cattiva?

M.: «Non esiste musica buona o cattiva in senso assoluto. Esistono strutture, ritmi e bpm che possono stimolare emozioni o reazioni diverse. Come accade alle persone anche la musica finisce spesso vittima di etichette. Etichette che ne semplificano il significato e lo deformano. Il problema non è ciò che suona, ma come viene interpretato. Ogni linguaggio richiede consapevolezza. Per questo è più utile educare all’ascolto e alla comprensione invece che demonizzare. La musica non nasce per nuocere. Diventa problematica solo quando viene usata senza criterio o senza contesto».

S.: «Nella musica non ci sono dati oggettivi che possono distinguere un brano buono da quello cattivo. Il consenso è dato dal popolo come nell’antica Roma, prendere un brano e attaccarci un’etichetta politica rientra nella tifoseria e non nella libertà di ascolto. Noi e solo noi stessi dobbiamo decidere cosa ascoltare e rispettare cosa ascoltano gli altri, sempre con un pizzico di curiosità e di condivisione».

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di Lorenzo Cafarchio - 25 Gennaio 2026