Lame tra i banchi
Col coltello a scuola, integrazione mancata e violenza in tasca. Dopo La Spezia, il Friuli: minore armato in classe, i compagni lo fermano
Il caso in un'aula scolastica della Bassa Friulana rilancia l’allarme del governo e del ministro Piantedosi su un fenomeno sempre più inquietante. Un'emergenza giuridica e politica: perché la sicurezza non è un concetto astratto
Col coltello a scuola. È successo di nuovo: e si è ripetuto, dopo la Spezia, stavolta in Friuli, un episodio inquietante che accende i riflettori sul degrado e sulla violenza che, troppo spesso, varcano la soglia delle nostre aule scolastiche. L’ultima vicenda di cronaca arriva da un istituto della Bassa Friulana, dove i Carabinieri sono dovuti intervenire d’urgenza per disarmare uno studente minorenne, entrato in classe con una lama di 15 centimetri. Solo la prontezza dei compagni di classe, che hanno dato l’allarme al dirigente scolastico, ha evitato che si consumasse l’ennesima tragedia in un luogo che dovrebbe essere tempio di istruzione. E non un teatro di violenze e potenziali delitti.
Friuli, minorenne con un coltello di 15 centimetri in classe e pronto a usarlo
Una vicenda inquietante quella che arriva dal Friuli, che si verifica a pochissima distanza temporale dal tragico omicidio di La Spezia, dove il giovane Youssef Abanoub è rimasto vittima della furia gratuita e che non ha dato scampo alla vittima, di un compagno di scuola: Zouhair Atif. Due episodi che, pur nella loro diversa dinamica, confermano un trend allarmante: la facilità con cui armi bianche circolano tra i giovanissimi e la fragilità di uno status quo che fatica a contenere l’esplosione di violenza giovanile che la cronaca registra ormai quotidianamente.
Col coltello a scuola, l’analisi del ministro Piantedosi sullo “status quo”
E allora, le parole del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, risuonano oggi come una lucida presa d’atto di una realtà che non può più essere ignorata o edulcorata dal politicamente corretto. Il ministro, dopo aver recentemente evidenziato come il fenomeno del porto d’armi nelle scuole riguardi in misura preponderante giovani provenienti da contesti di immigrazione, oggi ha anche aggiunto: «Stiamo procedendo con questa nuova tornata di intervento normativo, un po’ perché è nella prassi di qualsiasi governo tenere aggiornato il catalogo normativo secondo i fatti che emergono nella quotidianità: ma questo non vuol dire che siamo in emergenza».
In punta di dati statistici
E ancora. «Ad esempio, abbiamo reso noti i dati che dimostrano che anche dal punto di vista della fattispecie delle morti conseguenti all’uso di coltelli c’é un trend discendente; nonostante tutto c’é questo allarme, perché non è solo l’evento reato che ci deve preoccupare, ma anche il fatto di registrare all’interno delle scuole il sistematico comportamento di portare dietro dei coltelli. Non c’é alcuno stigma o valutazione di tipo pregiudiziale. Ma si tratta soprattutto di ragazzi che appartengono a famiglie di cittadini immigrati».
Pertanto, «è un dato statistico e va detto. Perché se dobbiamo trovare il modo di risolvere un problema, dobbiamo capire dove sta il problema. Un problema spesso di carattere culturale, educativo, formativo», ha tenuto a sottolineare il titolare del dicastero del Viminale nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico della scuola superiore di Polizia.
Col coltello a scuola, una realtà territoriale da valutare sociologicamente
Insomma, non si tratta di stigmatizzazione. O peggio ancora: di caccia all’untore di turno. Ma di analisi dei dati e della realtà territoriale. Quella secondo cui lo “stato dell’arte” ci restituisce l’immagine di una difficoltà di integrazione che sfocia spesso nel rifiuto delle regole basilari della legge e dei precetti base del vivere civile. Di più: di un senso del limite e del rispetto per la vita umana e le istituzioni che sono venuti meno. Anzi, al contrario: sembra quasi che il “modello educativo” che stiamo obtorto collo tollerando in certi contesti, possa essere in qualche modo quello della sopraffazione fisica e della risoluzione violenta delle controversie.
Un’emergenza giuridica e politica: perché la sicurezza non è un concetto astratto
Così, mentre gli inquirenti al lavoro sull’ultimo caso – quello del minorenne entrato in classe armato di lama in un istituto della Bassa Friulana – valutano le responsabilità giudiziarie del ragazzino friulano, resta sul tavolo il tema politico. Un tema su cui il governo è chiamato a proseguire sulla strada della fermezza. Perché la sicurezza non è un concetto astratto. Ma si costruisce attraverso il ripristino dell’autorità della scuola e un monitoraggio serrato di quei fenomeni di devianza che il ministro Piantedosi ha avuto il coraggio di nominare correttamente.
Leggi anche
Venerdì i funerali di Abu
La Spezia, parla l'ex fidanzata dell'omicida: "Dopo le coltellate è venuto da me, ha problemi di rabbia"
Dopo la morte di Youssef