L'intervista
«Al Csm vige la correntocrazia. Nel fronte del No teorie creative e complottiste». Parla Stefano Ceccanti
Il giurista ed ex parlamentare Pd spiega le ragioni della "Sinistra che vota sì" al referendum sulla Giustizia e chiarisce perché la separazione delle carriere è una garanzia per i cittadini. Specie per quelli più poveri
Toscano, classe 1961, professore ordinario di diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza, senatore del Pd nella XVI legislatura e poi deputato dal 2018 al 2022, Stefano Ceccanti è uno dei massimi accademici italiani e un illustre rappresentante di quella parte della sinistra italiana, tutt’altro che minoritaria, che appoggia la riforma della giustizia e si è schierata per il Sì al referendum del prossimo 22 e 23 marzo.
Professore, qualche giorno fa, a Firenze, si è tenuto l’evento “La sinistra che vota sì”: in quell’occasione lei ha ricordato come il tema della separazione delle carriere sia un tema “di sinistra” già dal lontano 1990 – come naturale conseguenza del passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio – e come la Corte disciplinare fosse nel programma del Pd, addirittura nel 2022. Come si spiega che la linea ufficiale del partito guidato da Elly Schlein sia, oggi, di assoluta contrarietà alla riforma nonostante a sinistra la schiera dei favorevoli sia foltissima?
«Guardi, faccio prima qualche precisazione perché immagino che quasi nessuno dei suoi lettori, comprensibilmente, trattandosi di una diversa area politica, distinta e distante, sappia che cosa è Libertà Eguale, che ha promosso l’incontro di Firenze. Libertà Eguale è un’associazione nata nel 1999 e ha sempre avuto due pilastri. Il primo è la visione del sistema politico e istituzionale: bipolarismo, regole che lo incentivino e collocazione senza riserve sulla sinistra della democrazia dell’alternanza. Sulla collocazione niente trasversalismi, niente terzopolismi in mezzo di chi si rifiuta di scegliere. Il nostro campo è quindi chiarissimo. Abbiamo accompagnato la nascita del Partito democratico, ma non c’è un vincolo specifico di partito. Nell’ambito rigoroso del centrosinistra le persone, sulla base di una cultura riformista, decidono liberamente dove collocarsi, anche se, come avviene per l’insieme dell’elettorato di centrosinistra, c’è una prevalenza quantitativa per il Pd».
Il secondo pilastro?
«È l’elaborazione di alcuni temi, che avviene soprattutto attraverso i convegni annuali di Orvieto. In varie occasioni annuali abbiamo affrontato i problemi della giustizia e, a partire dalle culture politiche di riferimento delle persone che fanno parte di Libertà Eguale, tutte caratterizzate, nei diversi percorsi, da una cultura liberale, è stata ricorrente l’opzione per la separazione delle carriere, vista come naturale completamento della riforma Vassalli a livello di codice. Segnalo in particolare la relazione organica di Giorgio Armillei, cattolico liberale prematuramente scomparso, a Orvieto 2019, che si trova facilmente anche on line. A me sembra, ne ho parlato recentemente in un testo su Linkiesta dimostrandolo per tabulas, che fosse un approccio prevalente a sinistra. In ogni caso, anche ammesso che non fosse prevalente, aveva consensi significativi. Questo è un fatto. Le spiegazioni dello scarto attuale possono essere varie. Quella che mi convince di più è una sorta di rincorsa subalterna dell’attuale dirigenza Pd verso il Movimento Cinque Stelle».
I sostenitori del no sono sostanzialmente arroccati su una posizione unitaria, che portano avanti da mesi. A dettare la linea è l’Anm, cui si sono accodati i partiti di opposizione: la riforma è pericolosa per gli equilibri costituzionali quindi va osteggiata in ogni modo. L’ormai famoso rischio di assoggettamento del Pm all’Esecutivo, che si lega a un diffuso sentimento di antipolitica, ha portato il dibattito totalmente fuori dai binari: l’oggetto non è più la riforma ma le presunte mire occulte del governo.
«A dir la verità le critiche oscillano tra due estremi incompatibili. Una è questa linea che insiste su una presunta onnipotenza della politica che si verrebbe a creare, ma è piuttosto curiosa come tesi per dei magistrati che dovrebbero ragionare su norme concrete perché non si riesce a individuare alcuna concreta disposizione che provocherebbe questo. A questa obiezione in sostanza l’Anm risponde che il problema consisterebbe nel fatto che passare da uno a due Csm indebolirebbe di per sé l’ordine giudiziario. Ma se in entrambi i nuovi Csm la proporzione resterebbe come oggi, ossia una maggioranza di due terzi per i togati, come si fa a sostenerlo? Più ingegnosa, ma strana la critica opposta: i pm, separati dai giudici diventerebbero onnipotenti. Più poteri di oggi, soprattutto nelle fasi preliminari, quando tutti i dati ci dimostrano che i pm ottengono praticamente tutto da gip e gup? Anche volendo non sarebbe possibile e comunque questo è un argomento che travolgerebbe anche il codice Vassalli e non solo la riforma odierna».
C’è anche chi muove entrambe le critiche…
«Sì, una cosa alquanto strana: tra loro sono contraddittorie. Alla richiesta di chiarire come si faccia a violare il principio di non contraddizione, alcuni hanno elaborato una curiosa teoria del complotto. L’effetto immediato della riforma sarebbe quello di rendere i pm onnipotenti, ma a quel punto, di fronte a questo esito preoccupante, ci sarebbe la spinta opposta a renderli dipendenti dall’esecutivo, Decisamente troppo creativa e complottista come teoria. Siamo chiamati a votare su quello che sta scritto oggi nella riforma, se ce ne saranno altre in futuro le valuteremo».
Non ritiene che il richiamo costante al rischio di “Pm sotto il controllo dell’Esecutivo” finisca per delegittimare preventivamente qualsiasi riforma, trasformando la magistratura in un potere di fatto intangibile?
«Il punto è che non c’entra niente col testo. La riforma agisce solo dentro l’ordine giudiziario, puntando, attraverso la separazione, a un migliore equilibrio interno, a una maggiore tutela dell’indipendenza dei giudici rispetto agli accusatori».
È accettabile che l’Anm, che non è tutta la magistratura ma ne rappresenta una larga parte, arrivi a diffondere manifesti dal contenuto a dir poco fuorviante, come quelli apparsi nelle principali stazioni italiane qualche giorno fa?
«Che in un referendum, che ha vari aspetti di tecnicismo, si usino parole d’ordine un po’ semplificate, ci sta, ma sempre dentro alcuni limiti, indicando comunque riferimenti nel testo. Qui, nel caso che lei cita, questi limiti sono stati superati».
Da costituzionalista e uomo di sinistra, condivide le parole del ministro Nordio che ha parlato di far recuperare alla politica il proprio «primato costituzionale»?
«Anche il ministro Nordio spesso parla di cose che nel testo non ci sono. Se si intende che la parola ora è rimessa a una decisione politica solenne dei cittadini nel referendum questo è ovvio e può persino essere condiviso anche dai fautori del No, ma il testo della riforma su cui si vota non ridisegna equilibri tra ordine giudiziario e potere politico».
Separazione delle carriere, Alta corte disciplinare, sorteggio dei componenti del Csm. Ognuna di queste innovazioni risponde a una precisa necessità, attuale e concreta, del sistema giustizia: garantire un giudice terzo e imparziale, chiamare, finalmente, i magistrati a rispondere delle proprie responsabilità in sede disciplinare, arginare lo strapotere delle correnti in seno all’organo di autogoverno della magistratura. Eppure c’è chi sostiene che la riforma sia inutile e dannosa per i cittadini.
«I cittadini soffrono nelle fasi preliminari perché il processo mediatico, anche per la subalternità di gip e gup ai pm dovuti alla gestione unitaria delle carriere nel Csm, subentra a quello vero e l’indagato passa subito per colpevole. Nel 40-50% dei casi poi viene assolto, ma non viene a saperlo quasi nessuno e lo stigma inziale rimane. Per di più, e per chi è di sinistra questo dovrebbe essere dirimente, l’assolto ha comunque dovuto utilizzare tempo e denaro per difendersi, con problemi seri per le persone più povere».
Cosa risponde a chi parla di «riforma contro la magistratura». Quando Cesare Parodi, presidente dell’Anm, equipara il sorteggio del Csm a quello del Parlamento, ignora o finge di ignorare la differente natura dei due organi costituzionali?
«Guardi, io sono stato componente, su nomina del ministro Orlando, di una Commissione per la riforma elettorale del Csm. Io ero per i collegi uninominali e avevo anche il sostegno pubblico del ministro, che tuttora ringrazio, ma i magistrati non volevano nessun sistema che non vedesse centrali le correnti. Continuo a ritenere migliori i collegi uninominali, ma il sorteggio migliora comunque lo status quo affidato alla correntocrazia».
L’estremo attivismo dell’Anm, che ormai è scesa nell’agone politico, non rischia di legittimare l’intero ordine, qualunque sia l’esito del referendum?
«Spero che nel corso della campagna l’Anm dia prova di una maggiore moderazione rispetto all’inizio».
Nonostante le richieste di referendum già depositate da parte dei parlamentari di maggioranza e di opposizione, il fronte del No ha promosso una raccolta firme per l’indizione del referendum già ammesso dalla Corte di Cassazione. Quali crede che siano le ragioni sottese a questa scelta?
«La legge è ambigua. Dato che il Sì è in vantaggio c’è stato un tira e molla perché il governo voleva votare il primo marzo e le forze del No volevano andare ad aprile, anche con questa raccolta ulteriori. C’è stata la spinta a trovare una data baricentrica, il 22 marzo. Evitiamo polemiche ulteriori e concentriamoci sul merito».
Secondo i promotori della raccolta firme, la decisione del Consiglio dei ministri di fissare la data sarebbe un atto illegittimo…
«Siccome la legge è ambigua la decisione è legittima, ma lo sarebbe stata anche la scelta opposta di aspettare le firme della raccolta e indire per aprile. Ora occupiamoci appunti di contenuti, ossia se la riforma approvata sia o no nel complesso migliorativa dello status quo».
Quali sono gli scenari che si prefigurano in caso di vittoria del Sì e quali in caso di vittoria del No?
«Col Sì la riforma entra in vigore, col No si respinge. Niente altro. È la logica del referendum, che chiede un giudizio mirato. Dal giorno dopo noi di Libertà Eguale torneremo a ragionare per la costruzione di un centrosinistra di governo, in alternativa all’attuale maggioranza, con un nuovo Convegno primaverile a Orvieto. Ossia nel nostro campo alternativo al centrodestra, secondo la logica delle elezioni rappresentative, che è del tutto diversa da quella dei referendum».