Libera-mente
La destra e Pasolini: così lontani, così vicini. Ma è come italiani che celebriamo la sua eredità
Nessuna appropriazione, ma il riconoscimento di tanti punti di contatto: le piccole patrie, la tradizione, le periferie, la lettura della stagione delle stragi. E, soprattutto, una mentalità aperta, che sa andare oltre qualsiasi steccato ideologico
Il 29 dicembre 1959 esce il primo numero di Reporter, “settimanale di varietà, attualità, costume”, e tra i collaboratori troviamo Pier Paolo Pasolini, che cura una rubrica sul cinema. Non si tratta di una rivista qualunque perché il maggiore finanziatore, una sorta di editore dietro le quinte, è Arturo Michelini, l’allora segretario nazionale del Msi. In redazione, guidata da Adriano Bolzoni, tutti sanno chi paga e soprattutto chi ha avuto l’idea di fondare un giornale che oggi chiameremmo di centrodestra, funzionale alla linea “entrante” della Fiamma micheliniana, che anche nella cultura provava a giocarsi un ruolo da protagonista.
Non c’è solo questo aneddoto a ricordare, come ha fatto anche il recente convegno “Pasolini conservatore”, promosso dalla Fondazione An e dal Secolo d’Italia, che a destra siamo davvero a nostro agio a parlare di Pasolini. Lo siamo da decenni. Nessuno ce lo negherà mai.
Qualche quotidiano, nella foga polemica abbastanza surreale che ha preceduto il convegno, ha decisamente esagerato: addirittura c’è stato chi ha sentenziato che «la destra profana la figura di Pasolini». Un titolo vergognoso nei confronti di Pasolini stesso, che dimostra quanto una parte della sinistra continui ad abbassare il livello del confronto e della conoscenza dell’altro. Le recenti parole dell’ex presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, sul fatto che con «i nipotini di Almirante» non si parla sono inequivocabili: tanto odio, zero civiltà. Ma a Pasolini nessuno negò di scrivere su un giornale finanziato dal Msi, nessuno gli fece censure, nessuno gli chiese mai cosa avrebbe scritto nel numero successivo.
Il Pasolini degli anni ’70 è il più interessante (il sacro, lo stragismo, l’industrializzazione sfrenata, il consumismo…), ma torna anche il poeta dei dialetti, delle lingue delle piccole patrie che amava, a cominciare dalla sua piccola patria, quella del friulano di Casarsa. Pochi giorni prima di essere assassinato, Pasolini è a Lecce e fa una lectio magistralis in uno dei licei locali per parlare del “volgar eloquio”: aveva chiesto di intitolare il convegno così. La riscoperta delle piccole patrie, la riscoperta e la tutela delle tradizioni, dell’Italia profonda, per noi è musica, per noi è poesia. Per noi è poesia nel senso di un poeta che diventa profeta. È l’Italia delle tradizioni popolari, l’Italia profonda, l’Italia delle comunità, delle identità minacciate, per dirla con Beppe Niccolai, uno dei politici missini che più ha rispettato e apprezzato il Pasolini “conservatore”.
Ecco, noi siamo a nostro agio su questi aspetti, su queste peculiarità: noi le ereditiamo tutte. Ognuno ha il proprio album di famiglia, come ha giustamente spiegato il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Noi qui non siamo a vivisezionare la vita di un poeta, di un profeta, di uno che ha fatto di tutto nella vita, che ha fatto a livello dilettantistico anche il calciatore e oggi probabilmente proverebbe vergogna per quello che è diventato il calcio in Italia. Pasolini che declinava il calcio e il tifo come «l’ultima rappresentazione sacra del mondo moderno». E scriveva che «solo nella tradizione è il mio amore, vengo dai ruderi, dalle chiese, dai borghi»: questo siamo noi, che nel 2025 evidentemente la pensiamo come lui, e lui la pensava come noi.
Ma ci sono anche altre suggestioni che ci fanno dire che si tratta di un vero protagonista e interprete di questo inquieto secondo ‘900. Pensiamo allo stragismo. Se noi andiamo a leggere i risultati delle varie Commissioni che ci sono state sulle stragi, quello che lui ha scritto con quel «io so i nomi ma non ho ancora le prove, io sono i nomi e un giorno li dirò» – purtroppo morì prima in quel Lido di Ostia – vediamo che ebbe il coraggio e la lucidità di dire che i giovani di destra e di sinistra erano stati mandati a morire dal potere che doveva alimentarsi di sangue innocente.
E, ancora, sul suo no all’aborto e su Valle Giulia fu processato a sinistra, da quello che oggi chiamano mainstream e che allora poco tollerava certe uscite così disorganiche rispetto a un Pci che comunque lui votava. Molte erano provocazioni, che gli servivano per stare sulla notizia, ma la sua era comunque una mentalità libera, aperta. Che è la nostra. Noi possiamo permetterci di parlare di tutto e di tutti. Lo abbiamo sempre fatto. D’altra parte Pasolini, nel ’67, quando Ezra Pound era ancora un appestato, lo va a trovare, si prostra davanti a lui, lo chiama maestro. Purtroppo queste immagini saranno proiettate soltanto qualche anno dopo.
Pasolini è anche il poeta delle periferie. Non voglio strattonarlo nel 2025, non serve a niente, ma le periferie sono un po’ il sale, il profondo, le persone vere, il reale di questa Nazione, con tutti i drammi che in questo momento vediamo in diretta. Pasolini è stato tra i primi che coraggiosamente non se l’è fatte raccontare, non le ha viste dagli alberghi delle Ztl, ma è andato lì, le ha vissute, le ha assaporate, e forse è morto anche per quei rapporti. Aveva la libertà di schierarsi, la libertà di approfondire veramente.
È stato anche regista (con Lotta continua) di un lungo documentario che nel ’70 testimonia la sua presenza (uno dei pochi) a Reggio Calabria, nei giorni della rivolta che non sono certo stati animati dalla sinistra, ma dalla destra di Ciccio Franco, missina e non solo, che finisce con i carri armati invocati da Enrico Berlinguer. Pasolini è tra i pochi che va a intervistare quelle persone nel quartiere Sbarre, nel quartiere Santa Caterina e non solo. È un’anima inquieta che ci piace, ci piacerà. È un’eredità che non ci sentiamo come destra, ma come italiani e come italiani la discutiamo e la studiamo.
*Deputato di FdI ed editore