Salario minimo, l’opposizione tenta il colpo di mano al Senato, non ci riesce e frigna: “Voto falsato”

30 Gen 2024 20:10 - di Gigliola Bardi
salario minimo

È fallito il tentativo dell’opposizione di far passare un emendamento sul salario minimo alla legge di delegazione europea in discussione in Commissione Politiche Ue al Senato. Un buco nell’acqua rispetto al quale la minoranza ha prima sollevato una bagarre in Commissione e poi cercato di aizzare una canizza mediatica contro il presidente Giulio Terzi, “reo” di aver votato. L’emendamento, che reiterava la richiesta già fallita di salario minimo a 9 euro, è stato bocciato 8 voti a 7 e l’opposizione pretendeva di rivotare, sebbene la procedura fosse stata corretta.

L’opposizione fallisce il colpo di mano sul salario minimo e cerca la bagarre

“Caos in commissione Affari europei, il presidente non riapre il voto sul salario minimo, l’opposizione protesta, eravamo in parità, poi arrivano chiamati altri due senatori di maggioranza. Gravissimo vulnus, mancanza assoluta di terzietà. Il voto è fantasma”, ha scritto su X il senatore Pd Filippo Sensi. Il M5S, poi, ha lamentato che “per prassi, il presidente non dovrebbe partecipare alle votazioni in quanto figura di garanzia” e, dunque, il voto di Terzi sarebbe stato “una forzatura”. Anche Marco Lombardo di Azione si è lamentato sui social del fatto che il voto del presidente è “inopportuno” non potendo negare però che è “legittimo”. La consapevolezza della legittimità del voto del presidente non ha comunque impedito al Pd di invocare la giunta per il regolamento in ragione di “prassi e opportunità”. Insomma, a quanto sembra, per fare un po’ di ammuina.

Forza Italia: “Polemiche stucchevoli e pretestuose”

Il senatore di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, ha però ricordato ai colleghi perché, in realtà, in questa legislatura anche il voto del presidente è diventato spesso pressoché necessario. “In Senato, per effetto della riduzione dei parlamentari, la maggioranza nelle Commissioni si regge con uno, al massimo due voti di scarto. È perciò normale che i presidenti di Commissione votino i provvedimenti, altrimenti verrebbe meno il principio democratico della maggioranza”, ha chiarito l’esponente azzurro, sottolineando che “stucchevoli e pretestuose appaiono quindi le critiche rivolte al presidente Terzi di Santagata, che ha, come qualsiasi altro senatore, il diritto-dovere di votare”.

Perché la storia della “prassi” del presidente che non vota non più è vera

Una nota dell’ufficio stampa di FdI al Senato ha poi sottolineato che lo stesso “presidente Terzi smentisce, così come sottolineato da altri senatori membri della stessa Commissione, che nella XIX legislatura sia mai invalsa né tantomeno affermata una prassi secondo la quale il presidente della Commissione non esprima il proprio voto”. “Si tratta – ha precisato ancora la nota – di una affermazione completamente destituita di ogni fondamento, che non risulta né dalla lettera del regolamento né dalla prassi esistente in Senato nei voti in Commissione. Peraltro, sarebbe quantomeno singolare che, nel calcolo dei voti in Commissione, si possa pensare di escludere dal voto i presidenti delle stesse, che sono in numero di 10, così di fatto alterando gli equilibri politici alla base del rapporto tra forze di maggioranza e di opposizione esistente nei voti in Assemblea”.

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