Emilia Romagna, dopo il diluvio ci manca solo Bonaccini commissario all’emergenza

22 Mag 2023 19:01 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo e pubblichiamo

Dunque, la colpa dell’alluvione che ha colpito l’Emilia Romagna  è… di Silvio Berlusconi!

Lo scrive “La Repubblica”. E guai a chi osa anche solo pensare a qualcun altro. È bell’e pronta l’etichetta di “negazionista”, valida in ogni occasione in cui è necessario nascondere le malefatte della Sinistra.

Eppure, a Bologna città, dove qualche problemino si è avuto, ma solo con le canalizzazioni urbane che da anni aspettano di essere adeguate alla bisogna e “manutenzionate” come si deve. A parte via Saffi, tutti hanno notato come il Reno, pur ingrossando visibilmente, non abbia esondato dal suo alveo.

E che dire della campagna che divide Bologna da Ferrara e, di lì, porta al mare, seguendo il corso dello stesso Reno e avvicinandosi all’ancor più poderoso Po?

Anche in quelle terre – San Pietro in Casale, Malalbergo, Galliera e poi via via, paese dopo paese, contrada dopo contrada, si arriva ad Argenta, al Delta del Po, ai lidi ferraresi?

Come mai le due immense strade d’acqua laggiù non hanno soffocato le terre e gli insediamenti urbani?

Sulla costa adriatica, poi, a risentire poco o per nulla dell’intensa pioggia – per di più col mare grosso che “fa da tappo” all’immissione delle acque interne – proprio quei comuni come Marina di Ravenna, Marina Romea, Porto Corsini, Porto Garibaldi, ecc., che pure sono adiacenti e compressi tra il Grande Fiume e le foci del Reno. Come mai l’acqua lì non ha devastato, demolito, ucciso?

Sarà certamente un caso, una coincidenza. O non sarà, forse, per il fatto che da Bologna al mare, dalla campagna ferrarese a quella ravennate, le acque interne sono regolate ancora dal Cavo napoleonico – e il nome ricorda la data di progettazione e costruzione – e non dai professionisti di fiducia della Regione.

E che dire di Cesenatico, crcondata da località che sono state martoriate come non mai e che si trova ovviamente sulla costa e a valle di Cesena?

Lì è morta una turista tedesca, la quale stava improvvidamente a guardare la tempesta sulla spiaggia.

Ma la cittadina turistica di pescatori non ha registrato danni particolari dalle acque dolci che giungono da monte.

Sarà forse perché le “Porte vinciane” che ne regolano il flusso e il deflusso fino al mare furono – come dice il nome – pensate e realizzate sotto la matita di Leonardo e non dal pennino di qualche geometra comunale o provinciale?

Da giorni si ascoltano al telegiornale i nomi di torrenti emiliani e romagnoli, come il Setta, l’Idice, il Bidente, il Lamone che, pensando anche al disastro provocato, lo spettatore immagina siano come il Tigri, il Nilo, il Mississippi, il Danubio.

Peccato che, appunto, siano ormai e da tempo immemore fiumi solo nel parlare comune e impreciso da bar e il cui corso, a volte, è talmente modesto che quasi basta un salto per passare da una sponda all’altra. O poco di più.

Gli argini privi di alberi segati per fare piste ciclabili

I fiumi hanno esondato, certo, anche per le intense piogge, ma sopra a tutto perché fittamente intasati, con gli argini privi di alberature consistenti perché segati per creare, a bordo acqua, graziose piste ciclabili per i turisti a due ruote, per contare i quali, rispetto a quelli che visitano le città d’arte e le spiagge della regione, bastano due mani.

I torrenti non hanno trattenuto i flussi perché hanno gli alvei invasi da vegetazione e sterpaglie che nessuno può toccare – e dire che la siccità degli altri periodi dell’anno faciliterebbe il compito – poiché spetta solo alle autorità amministrative farlo.

Poi, qui si sa, Comuni e Regione non lo fanno. E non mancano di multare salatamente e inesorabilmente colui che osasse rimuovere anche solo un tronco, un grosso ramo pericolo, un’ostruzione evidente.

Le sponde dei corsi d’acqua hanno ceduto perché sono ormai una gruviera: le nutrie sono animaletti simpatici e non possono essere sfrattati dalle loro tane.

Per altro, non sono nemmeno autoctone, ma “immigrate” ormai di terza, quarta, decima generazione: secondo la morale “politica dominante”, praticamente, intoccabili!

Il giallo della diga di Ridracoli

Girano da giorni strane voci anche nella gestione dei flussi della diga di Ridracoli, per quel che riguarda il disastro sul versante romagnolo: forse, solo ipotesi poco concrete. Ma è singolare come nessuna delle Procure interessate – e quanto i magistrati siano solerti ad aprire fascicolo per “disastro colposo”, almeno altrove, è cosa ben nota – ha pensato bene di chiarire la vicenda, sequestrando i dati, i tabulati delle operazioni effettuate nei giorni scorsi, anche solo per smentire nettamente l’ipotesi.

Tanto, anche se l’ipotesi di “colpevolezza” di Silvio Berlusconi dovesse risultare insufficiente – lo scrive sempre La Repubblica -, si può ripiegare su Matteo Renzi, altro grande accusato del giorno. Come se Renzi non fosse stato il premier di un governo di Centrosinistra e il segretario del Pd, fino al dicembre del 2016. E sostenuto, nell’azione esecutiva e nel comando del partito, tra i primissimi, proprio da Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna, massimo responsabile, assieme alla vice Elly Schlein, proprio della gestione e dei sistemi di tutela del territorio.

Tutto ciò, però, non dev’essere detto. L’homo Pdiens, non c’entra nulla con quanto accaduto, la colpa è solo dei Sapiens sparsi nel resto del Pianeta che hanno determinato il cambiamento climatico, quello che fa crollare le colline da anni o abbandonate perché abitarvi non ha più senso, rispetto ai ritmi della società, o perché, al contrario, è troppo bello starci e, allora, si disbosca e si costruisce.

La riprova di questa tesi? In Emilia non esiste l’abusivismo, non esistono scandali come in Campania o in Calabria, dove ognuno costruisce come vuole.

Infatti, nelle tante abitazioni invase dalle acque dell’Idice a Castenaso, a Budrio, nella campagna est di Bologna, le costruzioni sorte non tenendo nel debito conto dei percorsi dell’acqua non sono state edificate di nascosto, ma con tanto di regolari appalti, di formali concessioni, con abbondanza di bolli e delibere di autorizzazione.

Perché il confine tra folle consumo del suolo e gestione ordinata e previdente dei terreni non è tracciato dalla ragione e dal buon senso, ma dai fogli protocollo vistati da un ente. Se ci sono, tutto è lecito e si può fare.

Ora, “La Repubblica” e gran parte del “mainstream” fanno pressioni su Giorgia Meloni affinché nomini Stefano Bonaccini commissario per l’emergenza.

Una scelta oculata e seconda solo all’ipotesi di nominare Erode responsabile dei servizi per l’infanzia di un qualsiasi ente locale.

Più che una “moral suasion”, quella di certa stampa in queste ore assomiglia molto a una specie di ricatto mediatico: o Bonaccini in sella, oppure fuoco “ad alzo zero sull’esecutivo”.

Prima di eventualmente cedere alla tentazione, però, premier e uomini del governo dovrebbero consultarsi coi ravennati e i forlivesi, coi cesenati e altri ancora, per sondare il reale gradimento del soggetto, prima di dare anche questo schiaffo a chi sta già soffrendo le pene bibliche del Diluvio.

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