Adriano Olivetti, l’intuizione di un modello d’impresa da riscoprire

7 Apr 2023 10:38 - di Massimo Pedroni

La finalità dell’impresa contemporanea, consiste solamente nel conseguire utili e profitti? Guadagni da reinvestire al meglio e far fruttare ulteriormente? Concetto e funzione delle attività economiche, questa, considerata da imprenditori dalle vedute ampie e incisive, come riduttiva. L’impresa, secondo questi imprenditori illuminati, veniva alimentata da ragioni ulteriori. L’impresa seconda questa visione non vive solo in maniera autoreferenziale perseguendo le sue naturali prerogative di creare ricchezza. Il suo operato, deve dispiegarsi come volano di benessere da promuovere nella società. Pioniere in tal senso per l’Italia è stato Adriano Olivetti.

Nato a Ivrea 11 aprile del 1911 da Camillo fondatore dell’azienda, che si affermò a livello nazionale ed estero costruendo macchine da scrivere. Il designer e l’efficienza del prodotto raggiunse un successo tale, per cui “una Olivetti” diventò sinonimo di macchina da scrivere. Prodotto che a livello internazionale costituirà un simbolo dell’eccellenza dell’industria italiana. La personalità di Adriano Olivetti, ben presto andò a distaccarsi dalla figura dell’industriale classico. Personaggio alla costante ricerca di ulteriori spazi di mercato per i propri prodotti, con obiettivo del conseguimento di ulteriori profitti. Olivetti era di tutt’altro avviso, valutando che i compiti di un imprenditore moderno non fossero confinati nella ossessiva ricerca della massimizzazione dei profitti. La visione imprenditoriale di Olivetti dava centralità al rapporto con i dipendenti. In primis quello con i collaboratori e le maestranze dell’azienda.

Lavoratori ai quali riservava migliorie di trattamento economico e di condizioni di vita generali, da poter condurre su parametri esistenziali più soddisfacenti. Questo in base al convincimento che un’ambiente d’impresa così calibrato facesse bene all’attività dell’azienda nel suo complesso. Questo trattamento era produttivo del valore aggiunto apportato alla vita dell’azienda dall’opera di dipendenti motivati e collaborativi. In considerazione era presa dall’industriale la figura del dipendente nella sua essenziale peculiarità di essere umano. Conseguentemente, approntava particolare cura e attenzione per i luoghi di alloggio e di lavoro. Nella concezione dell’imprenditore d’Ivrea, concezione ritenuta da alcuni mera utopia, costituivano misure confacenti alla promozione della persona.  Parliamo del dopoguerra. Esperienza dalla quale erano proposte dagli schieramenti usciti vittoriosi del conflitto visioni future del progetto di sviluppo antitetiche e alternative.

Olivetti proponeva di fatto una terza via tra capitalismo e collettivismo. Sensibilità che aveva avuto modo di manifestarsi nel periodo della ricostruzione che darà vita al miracolo economico. L’Europa era uscita distrutta dalla guerra, essendo stata scenario principale del dipanarsi degli avvenimenti bellici. Alla fine di essa il vecchio continente  era politicamente spaccato a metà. Blocco delle democrazie occidentali d’un canto e l’altra metà il blocco dei paesi comunisti. Dato politico che rifletteva concezioni inconciliabili. Olivetti, voleva, desiderava trovare un punto d’equilibrio e di armonia nella conflittualità che nasceva tra l’incontro-scontro capitale-lavoro.

Attorno a questa insorgente problematica elaborerà il progetto politico “Comunità”. Idealità avente come riferimento un socialismo d’impronta federalista. Laureato in chimica industriale al Politecnico di Torino, il padre Camillo, come era consuetudine fare, impegnò il figlio per un periodo di apprendistato come operaio nell’azienda di famiglia. Esperienza che contribuì a consolidare la visione dell’impresa come punto d’incontro e collaborazione tra le varie componenti sociali, ognuna delle quali poteva contribuire al miglioramento del benessere generale. Borgo Olivetti, case realizzate per essere messe a disposizione dei dipendenti era la pietra angolare sulla quale fare perno per tutto il progetto innovativo.

Fu intuizione incisiva la costruzione di un Borgo così concepito. Quel modello di città del XX° secolo verrà riconosciuto e messo sotto tutela dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità. Questo elemento già è sufficiente a inquadrare la potenza del pensiero, concretizzatosi nella realtà, dell’industriale d’Ivrea. Nel libro di Natalia Ginzburg “Lessico famigliare” si riporta testimonianza della personalità di Adriano Olivetti da ragazzo. “Aveva un’aria molto malinconica … era timido e silenzioso, ma quando parlava, allora parlava a lungo a voce bassissima…”. L’imprenditore era caratterialmente riservato e schivo. Con una fervida passione per la cultura, e la promozione di essa. Elemento che si inseriva nella vita dell’azienda moderna come da lui concepita, diventando fulcro per la crescita e promozione delle persone che lavoravano in quel polo industriale d’eccellenza d’Ivrea.

Concezione di umanizzazione del lavoro, la cui nobiltà era dato dal contributo sia materiale che spirituale che portavano i partecipanti al processo produttivo. L’Ingegnere Olivetti, da parte paterna di origine ebraica, si era avvicinato gradualmente al cattolicesimo, fino a giungere alla decisione, presa nel 1950 di farsi battezzare. Da alcune scelte operate dall’imprenditore per la conduzione dell’azienda traspaiono in modo evidente punti di contatto con la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Cominciando dalla realizzazione di posti dove svolgere il lavoro, congeniati seguendo il preminente principio della “dimensione umana”. Per dare un rapporto di maggiore integrazione con l’azienda alle maestranze erano stati delegati a promuovere incontri culturali di svago a due intellettuali Paolo Volponi e Ottiero Ottieri.

Trovavano collocazione negli stabilimenti d’Ivrea anche poeti come Luciano Sinisgalli o Giovanni Giudici o scrittori come Giorgio Soavi. L’esperienza di coinvolgere poeti e letterati nella vita d’impresa fu raccolta dall’ENI di Mattei con “Il gatto selvatico”. Periodico aziendale la cui direzione venne affidata al poeta Attilio Bertolucci. Adriano Olivetti aveva sottolineato i suoi convincimenti fondando nel 1946 la casa editrice “Comunità”. Con essa troveranno voce argomenti di architettura, urbanistica, politica e cultura tutto ciò nell’alveo del Movimento culturale e politico che prese nome da quello della casa editrice. Personalità poliedrica con sviluppo d’interessi e realizzazioni d’attività variegate, convergenti verso un pensiero armonico di umanesimo del lavoro. Esperienza preziosa, sulla quale riaccendere i riflettori, potrebbe fornire spunti per la risoluzione di problematiche contemporanee. Adriano Olivetti, nel pieno del successo del suo operare ci lascerà improvvisamente il 27 febbraio del 1960.

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