Vent’anni senza l’Avvocato. Gianni Agnelli fu il vero “re” dell’Italia repubblicana

23 Gen 2023 11:24 - di Francesca De Ambra
Agnelli

È stato una sorta di “re” della Repubblica. Non viene altro in mente per descrivere il ruolo e la personalità di Gianni Agnelli, di cui ricorrono oggi i vent’anni dalla morte. Un “re” non solo regnante, come quelli cui ci hanno abituato le monarchie costituzionali, ma addirittura governante. Già, a dar retta alla vulgata più ricorrente, tanto a destra quanto a sinistra, sembrava che l’Italia del secondo dopoguerra fosse stata modellata ad immagine somiglianza della sua Fiat. Quasi che il regno sabaudo avesse trovato nel colosso automobilistico torinese il prolungamento della propria egemonia.

Oggi è l’anniversario della morte di Agnelli

Si spiegava così – sempre secondo la vulgata di cui sopra – la prevalenza delle autostrade (quella del Sole fu realizzata in solo 8 anni) sulla strada ferrata, la migrazione dalle campagne verso il triangolo industriale del GeMiTo (Genova-Milano-Torino) e persino le relazioni speciali con il despota libico ucciso nel 2011, che un vignettista sintetizzò storpiando i due cognomi in Ghedda-fiat e Agnel-libia. Senza trascurare la Juventus tanto super-scudettata quanto favorita dalle sviste arbitrali.

Un modello di charme, successo e potere

Insomma, dalle politiche industriali ai lavori pubblici, dalla questione meridionale alla «questione di centimetri» (gol annullato a Turone in Roma-Juve, do you remember?) non v’era questione, appunto, che non chiamasse in causa, nel bene e nel male, il fascinoso “monarca” della Repubblica. Ma la vulgata era figlia del mito. E sì, perché Agnelli fu anche il sapiente dosatore e ispiratore del mito di se stesso: dall’orologio sul polsino alle telefonate all’alba alla vittima di turno, fino al gioco di coppia sindacal-confindustrial-politico con Cesare Romiti, tutto contribuiva. E nell’Italia di quegli anni non v’era chi non guardasse all’Avvocato come un modello irraggiungibile di charme, di successo e di potere.

Agnelli, un mito nazional-popolare

Un mito nazional-popolare, ma senza per questo mettere a rischio più di tanto quel tratto innato di regalità che lo faceva apparire in tutto simile alle teste coronate di mezza Europa. In effetti Agnelli sembrava uno di loro. E quando i Bianconeri giocarono con il lutto al braccio per la morte di Umberto II di Savoia, solo i soliti addetti ai livori ebbero da obiettare. Pare che l’ultimo sovrano d’Italia fosse un grande tifoso della Juve. Nessuno, tuttavia, fece caso alla passione calcistica del monarca esiliato mentre tutti interpretarono quella fascia nera come l’estremo saluto a un persona di famiglia. Un sorta di omaggio da re a re.

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