“Colpevole di essere di destra”: l’autogol della Fornero è solo la conferma delle doti della Meloni

2 Dic 2022 13:31 - di Mario Campanella

Dunque, per la professoressa Elsa Fornero essere dì destra è una colpa. Sì, proprio una colpa. Un difetto del libero arbitrio, una contrapposizione dell’uomo rispetto al divino che ha una sua assunzione di responsabilità nella epigenesi del conservatorismo. A pensarci bene la signora Fornero non ha detto un’eresia assoluta. Nel Novecento che ha segnato la storia, l’Italia ha conosciuto il fascismo, il partito comunista più forte d’Europa, un partito socialista saldo e non tiepidamente riformista, una DC segnata dal clericalismo e una dottrina sociale della Chiesa dì altissimo profilo. Nulla salus extra ecclesiam. Non poteva esserci spazio, nella concezione astrale della sintesi di queste correnti, per un pensiero di destra. C’era il Msi prima, poi c’è stata Alleanza Nazionale ma per la genia degli accademici italiani quel mondo dì destra, che Pino Rauti definiva premessa culturale, era una sfinge mai disvelata.

Confrontarsi oggi con un premier che ha cultura politica disorienta, annichilisce la contrarietà e assume una sembianza di arrendevolezza per gli avversari. Ed ecco comparire la colpa. Presa in se questa parola non sì addice a una studiosa delle scienze politiche ma in fondo il circuito del meccanismo della non conoscenza di un mondo variegato di idee e di identità non può che scivolare nella fatwa. Fornero esprime quel controcanto frutto di  ottant’anni dì obliò pregiudiziale nei confronti della destra. Perché, nella discussione iniziata ll 1945 e mai completata, tutto ciò che esulava dagli schemi dell’ortodossia triangolare fra marxismo, cattolicesimo confessionale e socialismo era materiale dì resulta. Lo scrisse Prezzolini, da Lugano, poco prima di morire, che il destino dei conservatori italiani, fossero più o meno socializzati, era quello della non comprensione. E lo ribadì in maniera straordinaria Giuseppe Berto, forse il più grande romanziere del secolo trascorso insieme a Italo Svevo, quando in modesta proposta per prevenire, un opuscolo dei primi anni settanta, preconizzava che  bisognava rassegnarsi alla definizione di reazionari ogni qualvolta sì fosse tentato di aprire il dibattito a un confronto non dogmatico.

Certo, oggi che governa direttamente un esponente della destra e che dimostra ogni giorno di fronteggiare il nichilismo grazie a una radice identitaria, diventa addirittura una colpa schierarsi da quella parte, definita sempre sbagliata, antitetica ai grandi fenomeni politici in estinzione. E non è un caso , con una sinistra che sì lega disperatamente ai diritti e non trova ragioni sociali, che siano proprio la destra e il pensiero cattolico i bersagli del totalitarismo culturale. Conoscere la destra significa voler andare oltre i pregiudizi, aprirsi a una categoria di persone che hanno espresso, nel tempo, idee innovative, che hanno studiato, approfondito, concepito l’idea dello Stato con puntellature originali. La forza dì Meloni è anche questa, e  cioè quella di appartenere a una cultura politica che non ha mai fatto dell’improvvisazione il suo modus operandi. L’espiazione della colpa sarebbe quella di consegnarsi in massa al mondo dì mezzo della politica nostrana fatto sempre e solo dì pensiero unico.

Nel suo anatema Fornero benedice la presenza dell’Europa dimenticando che nel continente il Premier ha acquisito subito credibilità, che è vista come persona affidabile, che insomma non spaventa nessuno. In questo 2022 che finisce ,tutto sembra andare storto per quel mondo liberal progressista che ancora condiziona l’unicità del pensiero. Le elezioni anticipate, la vittoria del centrodestra, una donna al comando che esprime capacità, il covid rallentato, forse persino il primo posto del Napoli in campionato. È un mondo che va alla rovescia, avrebbe scritto Guareschi, ma va’ meglio dì prima.

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