Frato chi? Gli operai ignorano l’esistenza di Fratoianni e votano Meloni. Il Foglio svela perché

11 Ago 2022 16:33 - di Robert Perdicchi

Con un lungo articolo di Dario Di Vico, giornalista di stampo economico con trascorsi importanti a Repubblica, oggi Il Foglio prova ad affrontare il tema del proletariato moderno, quello degli operai che una volta votavano a sinistra, poi si erano spostati sulla Lega ed ora sembrano convergere perfino sulla destra di Giorgia Meloni, quella che fino a qualche anno fa sarebbe stata considerata il nemico politico oltre che ideologico. E il rosso Fratoianni, che candida la moglie? Frato chi?

L’analisi del professor Orsina sullo spostamento del voto

Di Vico cita il professor Giovanni Orsina, che nei giorni scorsi sulla Stampa ha tentato un’operazione molto ambiziosa: una rilettura dei dieci anni dell’interminabile transizione italiana che ci ha portato dal governo Monti alle elezioni anticipate del prossimo 25 settembre.
La destra, il cui elettorato Orsina fotografa in maniera molto efficace (“sociologicamente conservatori ma culturalmente irregolari”) è capace di fare sintesi (o ambiguità), mentre il Pd resta schiacciato sull’immagine di macchina politica del Palazzo. E in questo modo però si preclude la relazione con quelle che Orsina sintetizza come “piazze”.
Qui Di Vico entra nel merito.
Le piazze, quelli “evocano inevitabilmente il Novecento e le mobilitazioni della sinistra e del sindacato che puntavano a inserire di prepotenza le rivendicazioni rosse in cima all’agenda politica dei governi ‘nemici’… che operavano una cucitura tra istanze identitarie di quel popolo e la questione sociale, erano un mix tra obiettivi politici (più potere negoziale alla sinistra in Parlamento per votare leggi di spesa) e proposte redistributive spicciole… “In sostanza – ricorda il giornalista – le piazze “erano una delle modalità con cui il personale politico rosso operava una seconda lavorazione della materia prima costituita dalla diseguaglianza e ne faceva una leva per conquistare più potere nel Palazzo e più consenso nel paese cosiddetto reale”.

La destra come rifugio per le delusioni della sinistra

Oggi, però, molto è cambiato. In parallelo. “In Italia non abbiamo avuto la pressante ed eversiva mobilitazione dei gilet jaunes anche grazie al ruolo responsabile assolto da associazioni di categoria… Per trovare delle piazze di destra dobbiamo tornare all’agitazione folkloristica di piccoli nuclei di ristoratori sotto Montecitorio nei giorni del lockdown oppure al sovversivismo dei tassisti romani, ma nulla di più strutturato. La protesta sociale egemonizzata dalla destra non va per strada con regolarità e con la capacità di fare sponda con i partiti conservatori come avveniva per i rossi nel ‘900. Né sono sopravvissute organizzazioni collaterali come poteva essere il primo sindacato padano di Rosi Mauro. La protesta fa sponda alla destra tramite i sondaggi (finora) e forse votando a destra il 25 settembre…  Ciò che terrorizza i ceti produttivi che votano a destra è un tratto caratteristico dell’agenda liberal ovvero la concorrenza, sia essa quella di Uber o delle catene alberghiere che vogliono gestire le spiagge sia quella più palpabile dei minimarket bengalesi o dei superstore cinesi. Questa non-piazza chiede protezione e l’istanza ha preso dei tratti identitari, si è fatta antropologia e porta le partite Iva ad apprezzare l’ambiguità della destra italiana, la sua capacità di stare al di qua e al di là del ‘sistema’. E per evitare sorprese la destra vuole evitare che il lavoro autonomo dia vita a vere imprese, preferisce congelare lo status quo ovvero che resti piccolo e arrabbiato….”.
Critiche, dunque, a questa destra populista, nell’analisi del Foglio: ma se la risposta fosse più semplice, e cioé che la destra moderna interpreta i desiderata della gente normale senza farsi pippe intellettuali o ideologiche come nella nomenklatura di sinistra? La risposta la fornisce lo stesso articolo, che arriva proprio a questa conclusione.

Gli operai che snobbano Fratoianni e votano Meloni

E la sinistra? Quella che rivendica “un’agenda politica incardinata sulla lotta alle diseguaglianze”?
“Il guaio di questa posizione è che ha pochissimo pescaggio sociale, persino tra gli operai le formazioni a sinistra del Pd messe tutte assieme – secondo gli studi di Nando Pagnoncelli – racimolano circa 4 punti di consenso. Un quinto dei consensi della sola Lega e un sesto della sola Meloni. Se un operaio contesta il sindacato per la chiusura della sua fabbrica o per la scarsa attenzione agli appalti si sposta a destra e non verso “l’area Fratoianni”, che appare incapace di fare proseliti persino tra i Cobas. Come mai? Probabilmente perché la sinistra del disagio è legata allo schema ideologico della centralità del conflitto redistributivo e però le manca un retroterra antropologico. Quindi trova più spazio tra gli intellettuali gauchisti e tra i docenti universitari expat negli atenei di mezzo mondo che tra gli operai in carne e ossa”. In sintesi: la sinistra parla a una elìte, degli operai non sa più nulla…

Risultato? A sinistra si punta su “un’idea di protezione più antica, più incardinata nelle debolezze del carattere nazionale e quindi decisamente più efficace della retorica comunisteggiante dell’uno vale uno, il risultato è stato che gli elettori grillini sono andati a destra e parte dei gruppi dirigenti si sono rifugiati nel centrosinistra. E molti elettori che nel 2018 avevano votato i Cinque stelle per introdurre il Reddito di cittadinanza, il prossimo 25 settembre voteranno Giorgia Meloni per abolirlo. Piazze vuote e urne vuote“.

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