Pena di morte: 3 donne impiccate in Iran. Tra di loro una sposa bambina che aveva ucciso il marito violento

31 Lug 2022 13:09 - di Laura Ferrari
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Non ha avuto una particolare eco sui media italiani l’impiccagione di tre donne in Iran, avvenuta mercoledì scorso. Le tre donne sono state messe a morte per aver ucciso i rispettivi mariti: tra queste c’era anche Soheila Abad, conosciuta come la sposa bambina. La donna, che era stata costretta a sposarsi a 15 anni, era stata riconosciuta colpevole di avere ucciso il marito molto più anziano di lei, al quale era stata data in moglie quand’era poco più di una bambina contro la sua volontà. La giovane è impicccata in carcere.

La sposa bambina aveva ucciso l’anziano marito violento

Una “macchina della morte statale che mette in atto un abominevole assalto al diritto alla vita”, l’ha definita nei giorni scorsi Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord e che in Italia passa praticamente sotto silenzio. Trentadue esecuzioni sono avvenute nella Repubblica islamica nella sola scorsa settimana, 251 nei primi sei mesi del 2022. La donna ex sposa-bambina, Soheila Abad, era sposata da 10 anni. Aveva 33 anni ed è stata arrestata otto anni fa e condannata a morte per aver ucciso il marito. Originaria della contea di Bijar, Soheila era stata costretta a sposarsi all’età di 15 anni. La giovane era stata arrestata e detenuta il 26 gennaio 2015 per aver ucciso il marito che l’aveva violentemente picchiata in casa. Il 66% delle donne condannate per omicidio sono accusate di aver ucciso il marito. Questo succede perché in Iran la donna non ha diritto al divorzio, nemmeno nei casi di violenza e abusi domestici.

In Iran ci sono 183 donne in attesa di impiccagione

L’organizzazione per i diritti umani denuncia anche come molte di questi casi di donne che uccidono i mariti siano reazioni a violenze domestiche quotidiane, che però vengono ignorate dai tribunali, che derubricano il movente a “dispute familiari”. Secondo l’organizzazione umanitaria, l’Iran nasconde le vere cifre sull’applicazione della pena di morte e, citando due altre organizzazioni per i diritti umani, afferma che lo scorso anno solo il 16,5% delle esecuzioni è stato reso pubblico.

Sui siti mediorientali è stato pubblicato anche il nome di un’altra donna che è stata impiccata mercoledì scorso. Si chiamava Faranak Beheshti ed era stata arrestata e detenuta cinque anni fa per aver ucciso suo marito. La donna era originaria di Takab, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale. L’impiccagione è avvenuta nella prigione di Urmia. Secondo l’opposizione iraniana a maggio di questo anno risultavano 183 donne nelle carceri del regime nel braccio della morte in attesa di sentenza. Una volta che l’imputato è stato condannato, la famiglia della vittima è tenuta a scegliere tra la morte come punizione o il perdono. Per le tre donne impiccate mercoledì, le famiglie delle vittime hanno preteso l’esecuzione.

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