Manovre al centro: si chiama “L’Italia c’è” ed è il partito di Draghi. Lo guida Sala, lo paga Librandi

18 Giu 2022 10:43 - di Valerio Falerni
Sala

Rieccola! Come è tipico di ogni vigilia elettorale, rispunta la voglia di centro. Non presso gli elettori, del tutto indifferenti alle manovre bensì nel Palazzo. Insomma, il solito tramestio di etichette (liberale, popolare, ambientalista, sociale ecc.) e di sigle. L’ultima in ordine di tempo si chiama L’Italia c’è (meno male) e – a dar retta al Domani – più che una coalizione, sarebbe una piattaforma aperta ai sostenitori dell'”agenda Draghi“.  Ad ispirarla, Beppe Sala, il sindaco di Milano. Oltre al suo nome, circolano quelli di Luigi Di Maio (un retroscena di Repubblica accredita un recente incontro tra i due a New York, nella sede dell’Onu), del ministro Cingolani, l’ex-capo dei metalmeccanici della Cisl Marco Bentivogli, piddini come Andrea Marcucci, renziani come Gennaro Migliore ed ex-grillini come il due volte sindaco di Parma Marco Pizzarotti.

Sala avrebbe incontrato anche con Di Maio

Ma c’è chi sussurra anche il nome di Mara Carfagna, il cui coinvolgimento nell’iniziativa troverebbe un robusto indizio nell’adesione a L’Italia c’è del suo ex-consigliere Piercamillo Falasca. A finanziare l’impresa provvederebbe invece il deputato dem Gianfranco Librandi, già munifico oblatore di Scelta Civica e della fondazione Open (800mila euro) di Matteo Renzi. Proprio il leader di Italia Viva vorrebbe Sala leader. Ma il sindaco non sarebbe dello stesso avviso per evitare – dice – «di consegnare Milano al voto anticipato». Nettamente bocciata, invece, l’ipotesi Calenda: «Carlo gioca per conto suo», è l’obiezione di molti.

Operazione alternativa al campo largo di Letta

Il minuetto sulla leadership è già esplicativo della fragilità dell’operazione. Assemblare nomi più o meno altisonanti della politica nazionale senza preoccuparsi della loro reale presa sulla pubblica opinione, è tipico di certe illusioni da establishment. Segnala, però, la sfiducia nel campo largo di Letta. È infatti di tutta evidenza che le due operazioni sono alternative: il segretario dem punta a Palazzo Chigi, il che ne spiega l’ostinazione con cui insegue l’alleanza con Conte. L’Italia c’è, al contrario, vuole che ci resti Draghi, ipotesi probabilissima qualora né centrodestracampo largo vincessero le elezioni. In fondo, il vero motivo per cui Sala rifiuta.

 

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