“L’autista di Berlinguer”: il segretario del Pci raccontato in un libro dal fedelissimo Menichelli

9 Mag 2022 20:37 - di Luisa Perri
Berlinguer, autista

Una cavalcata nella storia di 15 anni del Pci vista da un osservatorio speciale, quello di chi è stato l’ombra di Enrico Berlinguer. La si può ripercorrere nelle pagine de “L’autista di Berlinguer”, il racconto di Alberto Menichelli, capo della vigilanza di Botteghe Oscure, autista personale e caposcorta del segretario di quel che è stato il maggiore partito comunista d’Occidente.

Pubblicata dalla Compagnia editoriale Aliberti, con prefazione di Bianca Berlinguer e postfazione di Walter Veltroni, la testimonianza di Menichelli, scomparso nel 2017, si rivela preziosa (a quasi cento anni, il 25 maggio prossimo, della nascita a Sassari del leader comunista), anche per lo spaccato che offre della vita quotidiana a Roma nel dopoguerra, dove disporre di un’occupazione in grado di fornire i mezzi di sussistenza alla famiglia era una fortuna.

Menichelli, per 15 anni autista di Enrico Berlinguer

Figlio di un ex ferroviere socialista licenziato per aver partecipato ai grandi scioperi del 1921 e poi operaio alla fabbrica Ernesto Breda, Menichelli racconta le traversie tra il Ventennio e il periodo post bellico. Il tutto con un tratto fattuale e discorsivo. Il primo impiego, a 16 anni, come fabbro, inizialmente a recuperare il ferro nelle zone bombardate da riciclare, a duecento lire la settimana: “Mi sentivo orgogliosissimo di farlo”. Figurarsi quando nel gennaio del 1964 arriva dalla federazione del Pci la richiesta di compagni per rafforzare la vigilanza del partito, addirittura in Direzione…: “Mi sentivo intimidito anche solo a entrare a Botteghe Oscure, per quello che rappresentava: ovvero l’intero Pci, il tempio dei personaggi che più stimavo al mondo”.

Dopo un’esperienza come autista di Umberto Terracini (che un giorno gli portò persino il caffè, ricorda con emozione, “rimasi senza parole”) è nel 1969 che approda nel nuovo ruolo con Berlinguer, allora da poco nominato vice segretario. Si trova anche, con l’arrivo di Tonino Tatò come capo ufficio stampa, a fare da benevolo intercessore verso i giornalisti: “Senti, daje er discorso sennò questo si mette a piangere”; un’istantanea è quella, diverso tempo dopo, dei periodici incontri, ‘galeotti’ i giornali da portare ai rispettivi leader, con “un caro amico, il compagno Nicola, autista di Bettino Craxi, che immancabilmente doveva sottostare alle nostre battute”. Spezzoni di umanità, insomma, all’ombra dello scontro tra titani della prima Repubblica.

Ma, soprattutto, c’è la descrizione di un clima, in particolare quello degli anni Settanta, che si respirava sulla prima linea dell’Italia del rischio colpo di Stato, degli anni di piombo, ma anche dell’Italia delle prospettive evocate con la serie di articoli di Berlinguer su ‘Rinascita‘ dove il segretario (eletto nel XIII Congresso del 1972 a Milano), profilava la linea del compromesso storico con la Dc. C’è l’apprensione per il viaggio di Berlinguer in Bulgaria, segnato dal misterioso incidente stradale in cui il leader rimase ferito e che in Menichelli lascia l’amarezza per il fatto che “non era possibile per noi della vigilanza andare con lui nei Paesi sovietici perché presentarsi con la scorta sembrava uno sgarbo”.

Poi, la vittoria del maggio 1974 al referendum sul divorzio, in Berlinguer in qualche modo offuscata ‘a priori’ dall’offensiva delle Br con il clamoroso rapimento, un mese prima, del giudice Mario Sossi. Il ‘film’ prosegue, tra vittorie elettorali e sconforto per l’escalation terroristica, fino ad arrivare allo sgomento e al silenzio dei giorni del sequestro e poi dell’uccisione di Aldo Moro: la faccia di Berlinguer “diceva più di quanto avrebbero potuto dire mille parole…”, perché c’erano insieme “il dolore per la perdita di un uomo ma anche per la fine di un progetto politico”.

La lunga collaborazione prosegue, per interrompersi, fatalmente, quando l’11 giugno 1984, dopo il comizio di Padova di qualche giorno prima dove era stato colpito da un ictus, Enrico Berlinguer muore nell’ospedale Giustinianeo. Salendo sull’aereo presidenziale messo a disposizione per il feretro da (e con) Sandro Pertini, la riflessione amara, venata d’ironia di Menichelli: “… Stavo facendo l’ultimo viaggio con Berlinguer, e sentivo già le sue battute: ‘Hai messo il paracadute?’ Perché sapeva perfettamente della mia paura dell’aereo”.

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