È morto Lino Capolicchio, l’anticonformista del cinema dall’impegno civile anni ’70 alla magia di Avati

mercoledì 4 Maggio 9:01 - di Priscilla Del Ninno
Lino Capolicchio

È morto ieri sera a Roma l’attore, sceneggiatore e regista Lino Capolicchio. La critica lo ha sempre etichettato come l’uomo, l’attore e il regista dell’impegno civile e del cinema militante degli anni Settanta. In realtà, l’interprete, che si è spento a 78 anni, è stato molto di più. Sicuramente, fra gli attori più iconici della “vecchia guardia” della scuola di celluloide, è stato uno dei protagonisti della stagione italiana dello sperimentalismo. Della ricerca e dell’analisi di un cinema che si interroga su se stesso: un cinema scomparso ormai da tempo, da quando la narrazione e la confezione – anche del prodotto autoriale – si è modulato e schiacciato sulla proposta televisiva. Forse anche per questo la sua collaborazione e la sua partecipazione su un set si sono sensibilmente ridotti, progressivamente, negli ultimi anni.

Addio a Lino Capolicchio

Una presenza discreta la sua, quella di un artista letteralmente sedotto dal cinema e dalla sua mitologia quando, appena 12enne, ad una rappresentazione dell’Assassinio nella cattedrale di T.S. Eliot. La biografia su di lui racconta di una vera e propria folgorazione per il set e le sue tentacolari tentazioni estetiche, che lo indusse ad affrontare numerosi conflitti con il padre prima di trasferirsi a Roma per frequentare i corsi dell’Accademia d’Arte Drammatica. Dove Capolicchio, nato a Merano e cresciuto a Torino, muoverà i primi passi di un cammino articolato e ricco di esperienze professionali intestate sempre alla ricerca e alla sperimentazione critica di un mondo e di un linguaggio che negli anni Settanta avrebbe conosciuto e onorato a partire dal debutto teatrale.

Lo “sperimentatore” degli anni anni Settanta

Sì, perché dopo l’apprendistato accademico a Roma, gli esordi istrionici dell’attore si compiono nei primi anni Sessanta proprio al Piccolo Teatro di Milano, nella prestigiosa compagnia di Giorgio Strehler, che lo fa recitare in numerosi spettacoli. E le sue prime esperienze su un set avvengono proprio grazie alla sua formazione teatrale nelle trasposizioni di due capolavori letterari quali Il conte di Montecristo girato per la Rai da Edmo Fenoglio e La bisbetica domata che Zeffirelli ha tratto da Shakespeare. Piccole parti, ma che hanno rappresentato per Capolicchio il trampolino di lancio e il porto franco dove sarebbe ritornato a più riprese nel corso di una carriera che annovera tra i suoi approdi più riconosciuti e apprezzati titoli celebri come Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Il giovane normale di Dino Risi. Oppure l’ultimo film di Giuseppe De Santis Un apprezzato professionista di sicuro avvenire.

Il successo, personale e di bandiera, con De Sica

Un cammino di maturazione spettacolare il suo che, come anticipato, negli anni settanta andrà a compimento e si esprimerà al suo massimo – se si eccettua qualche incursione in titoli che trattano principalmente di frustrazioni legate all’eros in modi più o meno leggeri – il film premio Oscar di Vittorio De Sica Il giardino dei Finzi Contini. La pellicola della svolta. Il ruolo con il quale vince il David di Donatello. Quello che gli darà una visibilità internazionale e che lo riporterà al suo personaggio “letterario” degli esordi. Un’esperienza significativa, quella con De Sica, che Lino Capolicchio bisserà nell’arco di una carriera che da un certo punto in poi diventa discontinua – sia cronologicamente che artisticamente – solo nella collaborazione con Pupi Avati.

La prolifica collaborazione con Pupi Avati

E allora, dopo aver lavorato anche con Carlo Lizzani nel film che racconta gli ultimi giorni di Mussolini in Mussolini: ultimo atto. Dopo essersi avventurato nello sterminato mondo dei cosiddetti “film di genere”. Che imparerà a frequentare, per esempio, con il poliziottesco girato con Lee J. Cobb: La legge violenta della squadra anticrimine. L’attore scoprirà in una alchemica collaborazione con Avati i suoi momenti di massima espressività istrionica e culturale. A cominciare dal suo primo horror girato nella provincia bassa padana La casa dalle finestre che ridono. Per proseguire poi, subito dopo, con Le strelle del fosso e con le serie televisive Jazz Band e Cinema!!!. E fino ai decenni successivi grazie a Noi TreUltimo minutoFratelli e sorelle.

Lino Capolicchio e il lento e progressivo addio al cinema

Gli anni Ottanta, però, coincidono con un rallentamento della curva della sua parabola professionale, quando Lino Capolicchio lavora sempre più limitatamente per cinema e televisione. Dedicandosi esclusivamente al teatro e all’insegnamento dell’arte drammatica alle nuove generazioni. E frequentando il set solo per partecipare a progetti di autori riconosciuti e apprezzati: i fratelli Taviani di Fiorile. Peter Del Monte di Compagna di viaggio. Renzo Martinelli con Porzus. Mentre il decennio del 2000 sarà caratterizzato per lui da fiction di forte impegno civile (Un delitto impossibileIl sequestro SoffiantiniAl di là delle frontiere).

Il passaggio alla regia e un progressivo addio al cinema

Un percorso che per l’attore si chiude con il passaggio alla regia cinematografica di due opere dal gusto nostalgico e dall’accento assolutamente anticonformistico: nel 1995 con il docudrama Pugili, una sorta di meteora da noi nonostante sia stato il titolo vincitore di alcuni premi nelle competizioni internazionali. Seguito nel 2002 da Il diario di Matilde Manzoni, incentrato sul rapporto tra la figlia del grande scrittore e il padre. Poi, un graduale allontanamento dal mondo del cinema. Fino al discreto e silenzioso addio di oggi.

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