Tarchi, per aggregare i conservatori Meloni recuperi la lezione gramsciana sull’egemonia

venerdì 29 Aprile 16:57 - di Priscilla Del Ninno
Marco Tarchi

La sfida più difficile per affrontare e vincere la battaglia delle idee, che è quella che consente di dare basi solide alle vittorie nelle urne, si gioca sulla stessa, sottile linea di confine che separa populismo e sovranismo. E poi sovranismo e conservatorismo. Come combatterla e possibilmente vincerla, lo spiega il politologo e accademico italiano Marco Tarchi. Il professore, ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze – dove attualmente insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Analisi e Teoria politica – analizza, tra attualità politica e radici storico-sociali, il quadro odierno. E lo spazio che la destra – e le destre europee – sono riuscite a conquistare e difendere.

Allora, dal sovranismo al conservatorismo, quale lo spazio e quali le possibilità di una destra di governo?

A giudicare dalle inchieste sulle intenzioni di voto, lo spazio in questa fase è ampio e lascia prefigurare il successo, alle prossime legislative, di una coalizione di centrodestra. Il problema sta nella parola “centro”. Per quanto paradossale possa apparire, con l’attuale sistema elettorale, inglobando nel suo perimetro Forza Italia e le varie formazioni minori a vocazione centrista che non intendono schierarsi nel campo progressista, la coalizione rischierebbe di essere condizionata dalla sua componente ampiamente minoritaria, che probabilmente impedirebbe a sovranisti, conservatori e populisti di mettere in pratica i loro progetti. Un risicato 10% creerebbe ostacoli ad un possibile 40%. E l’azione di governo ne risentirebbe. È una situazione che si è già verificata, pur in un diverso contesto, in passato e di cui sono note le conseguenze negative.

A tuo parere si sono allentati i rapporti fra populisti e sovranisti in Europa?

Non c’è dubbio che queste due tendenze – che già in partenza avevano un profilo differenziato, anche se i media si ostinano a confonderle – si sono, negli ultimi tempi, allontanate. E in vari paesi europei. E la vicenda russo-ucraina rischia di approfondire ulteriormente il solco. Sia gli uni che gli altri pagano l’handicap di una strutturale limitazione del loro raggio di riferimenti: guardano agli interessi della propria nazione, del proprio popolo, e se coltivano rapporti o sottoscrivono alleanze al di là delle frontiere, lo fanno soprattutto, se non esclusivamente, per motivi tattici. E su una serie di questioni (basta pensare alla redistribuzione dei richiedenti asilo fra i vari paesi, o ai territori contesi in cui vivono minoranze etniche o linguistiche) non sono in grado di trovare accordi.

E, più in generale, ritieni indebolita la critica populista alla democrazia rappresentativa, e perché?

Quanto alla critica populista alla democrazia rappresentativa, a rafforzarne o indebolirne la presa è, ciclicamente, la minore o maggiore capacità delle classi di governo (e di partito) di rispondere alle domande ed aspettative sentite dall’opinione pubblica. La pandemia, e in misura per adesso molto minore la guerra russo-ucraina, hanno suscitato, in un clima di paure e incertezze diffuse, un parziale riavvicinamento delle popolazioni ai loro governanti, a cui veniva richiesta protezione. Ma l’emergenza prima o poi finirà, e se ne dovranno pagare i pesanti costi. Se per allora parlamenti e governi non avranno posto rimedio alle molte carenze che ampi strati dell’elettorato hanno spesso loro rimproverato, la critica populista riprenderà forza. Il 41% di Marine Le Pen in Francia è, in parte, un primo sintomo.

Quali sfide e quali possibilità di cambiamento della struttura, delle funzioni e magari degli uomini dell’Unione Europea intravedi per i conservatori europei sul percorso dell’Ecr?

La sfida maggiore e più difficile è quella di oltrepassare il livello meramente politico-elettorale e anche quello governativo-amministrativo. Ambiti nei quali sono possibili successi parziali, come vari casi dimostrano, per combattere e vincere la battaglia delle idee. Che è quella che consente di dare basi solide alle vittorie nelle urne. Da parecchi decenni, questa battaglia i conservatori la stanno perdendo. Soprattutto perché non si sono posti il problema di procurarsi le armi adatte. Ancora una volta sono costretto a ribadire che le destre non hanno minimamente compreso la lezione gramsciana sull’egemonia. Lasciando penetrare le idee progressiste in ogni campo nei paesi in cui erano, da sole o in coalizione, al governo. Anzi: spesso con le loro politiche si sono allineate alle opinioni e posizioni degli avversari.

In che senso e in che modo?

Hanno ceduto pressoché su tutto. Lasciando che università, scuole, editoria e mezzi audiovisivi (cinema, tv, teatro…) diventassero un veicolo di allevamento – il termine non lo scelgo a caso – delle giovani generazioni ad ogni genere di teoria progressista. Sono rimaste inerti di fronte a pretese di sconvolgimento dei modi di vita tradizionali, solo perché erano presentate sotto la magica etichetta di “diritti civili”. Hanno digerito la logica delle guerre travestite da “interventi umanitari” per sottomissione psicologica all’atlantismo. Hanno accettato compromessi sulla questione migratoria, piegandosi al ricatto psicologico della compassione e della commozione a senso unico. Insomma, hanno assunto un atteggiamento remissivo, timorose di farsi spazzar via dal presunto “vento della Storia”. Se si vuol cambiare l’Unione europea, se si mira a fare dell’Europa un “grande spazio” indipendente, occorre sbarazzarsi di questo complesso. Saranno, i conservatori, all’altezza del compito? Sinceramente, non lo so.

Sempre in questa prospettiva, quali differenze pesano oggi tra Lega e Fratelli d’Italia e, più in generale, sull’alleanza di centrodestra?

 Per quanto riguarda Lega e Fratelli d’Italia, sono quelle, grossomodo, che intercorrono tra populisti e conservatori. I primi vorrebbero essere la voce della gente comune e non nascondono simpatie per forme di democrazia diretta, i secondi hanno un più forte senso delle istituzioni. I primi hanno una non sempre dichiarata diffidenza verso le “intrusioni” dello Stato nella vita sociale. I secondi le ritengono indispensabili per regolare l’esistenza delle collettività. E così via. Quanto invece alle altre componenti dell’attuale centrodestra, le distanze sono molto più marcate. E credo che FdI e Lega abbiano perso un’importante occasione di costituire, all’indomani della caduta del primo governo Conte, un’alleanza articolata e “confederale”. Guardando – legittimamente – ai propri più diretti interessi elettorali, hanno rinunciato alla possibilità di costruire un blocco autosufficiente che avrebbe potuto contare almeno sul 40% di consensi. Liberandosi, finalmente, di alleati poco affidabili.

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