Fuga da Salvini verso la Meloni. E a Genova e in Sicilia il nome del leader scompare dal simbolo

mercoledì 13 Aprile 15:31 - di Valerio Falerni
Salvini

Che succede nella Lega? Niente di buono, si direbbe, almeno a giudicare dai segnali che arrivano dai territori. E che sono univoci nel certificare il dissolvimento del tocco magico di Matteo Salvini. Al punto che per la prima volta dopo tanto tempo il suo nome non appare più sul simbolo elettorale: né a Genova, dove l’ha sostituito quello del sindaco Bucci. Né in Sicilia, dove leghisti e berlusconiani stanno per fondersi in Prima l’Italia. Ma queste pur significative questioni di maquillage elettorale finiscono per diventare ben poca cosa rispetto agli smottamenti responsabili della frana in atto nel partito di Salvini. L’epicentro è il Lazio guidato dal fedelissimo Durigon e solo un paio di anni fa sontuosa testa di ponte per lo sbarco del Carroccio al Sud. Altri tempi.

Epicentro il Lazio

Il presente si sta infatti rivelando avaro di soddisfazioni e prodigo di delusioni. E non solo nella regione della Capitale, (Gaeta, Sabaudia, Valmontone) ma anche in Emilia Romagna (Modena, Carpi, Maranello), Toscana (Prato, San Giuliano Terme, Poggibonsi) e Umbria (Terni). Tenere aggiornata la contabilità di consiglieri comunali e regionali in uscita dalla Lega è compito improbo. La stragrande maggioranza di loro si è arruolata sotto le insegne di Giorgia Meloni. Qualcun altro, è il caso del senatore William De Vecchis, ha invece optato per Italexit di Gianluigi Paragone. Un altro con la valigia in mano – informa il Messaggero – potrebbe essere l’europarlamentare Antonio Maria Rinaldi.

Salvini paga scelte contraddittorie

Il dissanguamento è tale che rischia persino di cancellare la Lega da  tante assemblee elettive. Soprattutto laddove le sue radici non sono saldissime, cioè ovunque ad eccezione del Nord. Una crisi che si spiega soprattutto con le non-scelte del suo leader. La politica del “piede in due staffe” può funzionare sul breve periodo ma alla lunga stanca. Salvini è al governo, ma con molti mal di pancia; è per la guerra, ma non per le armi, si congratula con Marine Le Pen, ma si fonde con Berlusconi che tifa Macron. Oscillazioni e contraddizioni che restano senza conseguenze in tempi vacche grasse, ma capaci di scatenare veri  terremoti quando i sondaggi indicano la discesa. Esattamente quel che sta accadendo ora.

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