Russia-Ucraina, un mese di guerra: i 10 errori di Putin dalla strategia militare al fattore Zelensky

23 Mar 2022 21:04 - di Redazione
errori Putin

A un mese esatto dall’inizio della guerra, anche se l’assedio delle città ucraine continua a stringere in una morsa delle truppe russe popolazione civile e soldati, nessuno, neanche a Mosca, sarebbe disposto ad ammettere che le cose siano andate come Vladimir Putin immaginava. E chiaro a molti, infatti, che «l’operazione speciale» contro Kiev, che il presidente russo ha lanciato all’alba del 24 febbraio, partiva da ben altri presupposti e da tutt’altre convinzioni, nelle certezza – cullata dallo zar – che la macchina bellica russa, notoriamente forte e sulla carta inarrestabile, non si sarebbe fermata, marciando trionfale fino alla vittoria. E invece? Invece i bollettini dal fronte raccontano un’altra storia: quella di una eroica opposizione all’avanzata del nemico invasore. La storia dell'”invincibile Armata rossa” alle prese con un cammino disseminato di difficoltà, stop e pericoli: Sia per terra, che per mare, che nei cieli. Vediamo allora, riassunto in uno schematico riassunto, i 10 errori che Putin ha fin qui commesso e che stanno compromettendo piani e aspettative di Mosca.

Russia-Ucraina, un mese di guerra: ecco i 10 errori che Putin ha commesso

Ma cosa ha portato Mosca a spostare l’obiettivo dalla sconfitta delle forze armate di Kiev a un’offensiva di artiglieria mirata a terrorizzare e demoralizzare i civili? E anche qui, con poco successo, nonostante i massacri… Alla base di questa situazione (inimmaginabile in partenza, vista la disparità di mezzi in campo) una serie di analisi affrettate. Di errori tattici. E di gravi leggerezze che hanno portato a sottovalutare, erroneamente, l’avversario. Ecco allora, di seguito, il “decalogo” dei principali errori di Mosca.

Mancato supporto dell’opinione pubblica

1) In teoria una fetta consistente della popolazione ucraina, quella di lingua e cultura russa, avrebbe dovuto salutare i tank di Mosca come forza di “liberazione”. I rapporti forniti dall’intelligence, infatti, avrebbero detto a Putin che almeno 2mila civili armati erano pronti a scendere in piazza in ognuna delle principali città ucraine per abbattere Zelensky. Mentre altri 5mila sarebbero scesi in piazza per manifestare a favore di Mosca. Risultato: mai visti. Anzi, spiega l’Adnkronos, «la violenza e la brutalità dell’operazione hanno sconvolto anche la minoranza russofona che ha preso le distanze dall’invasione.

La scomparsa politici filorussi

2) «All’Fsb ci aspettavamo di diventare gli arbitri che avrebbero incoronato i politici ucraini che si sarebbero battuti» per diventare i governanti scelti da Mosca, scrive la stessa fonte dell’Fsb. E ancora: «Avevamo persino definito i criteri per eleggere i migliori». E invece? «Siamo allo 0%» di realizzazione di quel piano. Anche qui in teoria nel panorama politico di Kiev si contavano almeno undici partiti “vicini alla Russia”. Subito dopo l’attacco il presidente Zelensky ne ha sospeso l’attività. Mentre il leader del più grande, “Piattaforma di Opposizione-Per la Vita” (con 43 parlamentari su 450 totali della Rada) , l’oligarca filorusso Viktor Medvedchuk, amico personale di Putin, è fuggito facendo perdere le sue tracce. Difficile pensare a lui come a un Quisling di Kiev. A pesare, inoltre, anche le divisioni fra i servizi: è evidente che Vladimir Putin ha scatenato l’invasione basandosi su informazioni errate, incomplete o eccessivamente ottimistiche. Nel silenzio che circonda il Cremlino si è comunque aperta la caccia al colpevole, complicata dalla moltiplicazione dei servizi di sicurezza e intelligence.

E le prime teste hanno incominciato a cadere

3) Il vice comandante della Guardia nazionale in Russia (Rosgvardia) il generale Roman Gavrilov, sarebbe stato arrestato dall’Fsb, a sua volta colpito dal possibile arresto del generale Sergei Beseda, che guidava il direttorato per l’intelligence estera, e del suo vice, Anatoly Bolukh, colpiti ad opera dell’Fso, l’agenzia incaricata della protezione diretta del presidente russo. «Va di moda accusarci di tutto», ha spiegato una talpa dell’Fsb, riconoscendo tuttavia che alcuni rapporti sono stati palesemente esagerati per non deludere i superiori.

Il fattore Zelensky: sottovalutarlo è tra gli errori di Putin più gravi

4) Fra gli errori politici più gravi commessi da Mosca, la convinzione che un uomo di spettacolo (un “comico”, si spiega con disprezzo), davanti ai carri russi non avrebbe esitato a fuggire lasciando a Kiev un vuoto istituzionale. Un vuoto che i filo-russi avrebbero subito riempito. Invece Zelensky non solo non ha mai lasciato la capitale, ma da conoscitore dell’importanza dello “spettacolo”, ha occupato la scena dell’invasione. Prima mostrandosi come un combattente vicino al sacrificio supremo («Forse è l’ultima volta che mi vedete vivo» disse in un videocollegamento). Quindi via via come un leader internazionale impegnato in un flusso continuo di contatti e consultazioni. Tweet a getto continuo per ringraziare tutti i paesi “vicini”. Video a ogni ora del giorno e della notte, interventi quotidiani nei principali parlamenti mondiali, riprese improvvisate dal centro di Kiev per dimostrare che il presidente è al suo posto e lavora per il paese.

La Comunicazione tra censura e contro-informazione

5) Oggi, per non dare informazioni preziose al nemico, la censura si è in parte abbattuta sulle comunicazioni – anche private – degli ucraini. Ma nei primi giorni il mondo ha potuto assistere in diretta, in forma mai vista, a una informazione totale su un conflitto in corso. Social, video, servizi tv, nulla è stato taciuto, dagli ucraini come dai giornalisti stranieri presenti. Ogni aereo abbattuto è stato documentato. Riscaldando il cuore degli ucraini. Ogni prigioniero è stato mostrato nella sua debolezza. Poche ore dopo l’invasione Kiev ha aperto un sito dedicato alle mamme russe, con tanto di foto e video dei figli catturati o dei loro cadaveri. Evidente il tentativo di far salire il livello di opposizione interna all'”Operazione Speciale”. Anche molta disinformazione e propaganda, normali in guerra. E ancora una volta è l’Fsb a sintetizzare al meglio la situazione: «gli ucraini “sono stati incommensurabilmente migliori dei russi nella guerra di informazioni».

La qualità degli armamenti

6) Non è solo una questione di numeri. L’elenco dei tank distrutti, dei blindati andati a fuoco, degli aerei e degli elicotteri abbattuti è impressionante, anche solo a dare retta a osservatori indipendenti. Ma quello che impressiona è la facilità con cui i mezzi russi vengono identificati e distrutti e la scarsa qualità delle attrezzature. In alcuni video militari ucraini osservano con un certo stupore che i carri armati di Mosca sono «persino più vecchi» dei loro. Non solo. Secondo una contabilità indipendente, tempo pochi giorni e Mosca (già a corto di uomini) si troverà in riserva con munizioni, carburante e altri sistemi logistici.

Reciso il vertice della catena di comando

7) Un dato macabro rende l’idea: a oggi sono almeno cinque i generali russi uccisi dall’inizio dell’invasione più un numero indefinito (ma elevato) di alti ufficiali. Nelle ultime guerre, dalla seconda metà del Novecento in poi, non si erano mai registrate perdite così alte a questi livelli (neppure per gli americani in tanti anni di Vietnam). Segno che per gestire una operazione così complessa i vertici militari russi sono dovuti andare in prima fila, rischiando la vita. È il simbolo di una catena di comando incerta e soggetta a “interruzioni”. In una parola: impreparazione. E per ogni ufficiale ucciso, c’è un’offensiva che si arresta. Un reparto che si trova allo sbando. In un esercito dal morale già basso e fiaccato dalle perdite. Sul fronte opposto, le perdite sono minori, e la distanza fra stato maggiore e truppe sul campo è assai più ridotta (anche in termini geografici).

La condanna dell’Occidente: sottovalutarne la portata è tra gli errori di Putin

8) Con la Nato impossibilitata a intervenire, il rischio era che l’Occidente avrebbe semplicemente alzato una cortina di parole, senza trasformare le dichiarazioni in atti concreti. Invece, dopo avere assistito quasi in maniera inerte alle “altre guerre” di Putin, questa volta Stati Uniti, Europa, Giappone, e persino la neutrale Svizzera, hanno trovato una voce sola di condanna. E soprattutto hanno agito con rapidità e durezza: non c’è la no fly zone invocata da Zelensky, ma le armi silenziosamente affluiscono in direzione di Kiev. Le sanzioni sono inaudite per dimensioni ed efficacia. Mentre l’isolamento “fisico” della Russia (sul versante occidentale, almeno) è pressoché totale.

La posizione della Cina: Pechino resta una sfinge

9) «Non ci sono limiti nelle relazioni tra Cina e Russia». Questa frase, emersa alla fine dei colloqui di Putin con Xi Jinping all’apertura delle Olimpiadi invernali, sembra con il senno di poi l'”inganno” più crudele che ha spinto il presidente russo a lanciare l’attacco a Kiev. Mosca – che condivide con Pechino una visione imperiale e anti-democratica – era probabilmente convinta che la Cina sarebbe corsa al suo fianco contro l’Occidente. Offrendo sostegno politico ed economico contro le immancabili sanzioni. Invece, dopo un mese di guerra, Pechino resta una sfinge. Non vorrebbe che l’Occidente piegasse Mosca, ma non intende farsi trascinare da Putin nello scontro globale (in un momento di forte debolezza interna sul piano finanziario ed economico). Non solo: se – come ipotizza il Wall Street Journal – l’invasione dell’Ucraina segnerà la “scomparsa” della Russia come superpotenza, è evidente che si creeà un vuoto di cui Pechino potrebbe approfittare per rafforzare la sua centralità nello scacchiere globale. E Mosca, anziché partner alla pari, sarebbe un satellite di Pechino.

Bielorussia, Siria, Cecenia tra gli errori di valutazione di Putin

10) In queste settimane si sono rincorse in continuazione voci di contributi militari – sempre più necessari – da parte degli “amici di Putin”. Dal presidente bielorusso Lukashenko al siriano Assad, passando per il leader ceceno Kadyrov. La realtà è che Minsk appare riluttante (per non minare i propri equilibri interni). Damasco non riesce a mobilitare che manipoli di volontari – sospettati anche di voler solo provare a emigrare in Europa –. E i temibili miliziani inviati da Grozny hanno già subito fortissime perdite, nonostante la retorica jihadista.

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