Processo 2 agosto 1980, un’ombra sull’intera giustizia italiana: la Procura contro la Scientifica

martedì 1 Marzo 15:19 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e pubblichiamo

L’importante, almeno, sarebbe non chiamarlo più Diritto, non chiamarla più Giustizia. Parliamo del processo a Paolo Bellini, all’ultimo capitolo della “saga 2 agosto”, ormai alle battute finali in quel di Bologna. Battute finali che mettono a nudo la gestione di questo genere di processi nel capoluogo emiliano, evidenziandone il lato peggiore, inaccettabile. Per l’ennesima volta, ma in modo ancor più clamoroso – se possibile – di quanto già accaduto in passato, i magistrati, in questo caso quelli della Procura generale, chiedono ai magistrati del collegio giudicante una condanna all’ergastolo a dispetto delle prove. Anzi, chiedono di condannare un uomo a dispetto degli esiti del lavoro di quelle strutture investigative che pure dipendono direttamente e strettamente dai magistrati, secondo quanto è sancito nel nostro ordinamento, in una concezione che dovrebbe essere “garantista” verso gli imputati, ma che, al contrario, qualcuno intende solo come una dimensione “inquisitoria” o, peggio ancora, in “stile Inquisizione”, con la “i” maiuscola.

Strage di Bologna, al processo dura presa di posizione contro la Scientifica

Accade, infatti, che, nella requisitoria di oltre 300 pagine dei procuratori, si legga una durissima presa di posizione contro la Polizia scientifica di Roma, uno degli uffici professionalmente più accreditati nell’ambito delle nostre strutture investigative, in quanto, svolgendo le proprie funzioni di istituto, ha fatto crollare un’altra delle “prove regine” della “vulgata stragista” tanto cara ai giudici bolognesi. È accaduto che, “ripulendo” il nastro registrato di un’intercettazione a carico di Carlo Maria Maggi, la “mitologica” frase che avrebbe tradito la conoscenza della “verità” sulla strage da parte dell’ordinovista veneto sia diventata una semplice considerazione sull’accaduto da parte del medico recentemente deceduto. Maggi non disse mai a suo figlio che nell’ambiente della destra eversiva qualcuno sapesse di “sto aviere… dicono che portava la bomba”; bensì ipotizzò che si fosse trattato dello “sbaglio di un corriere”.

Non è in gioco solo il destino di Bellini ma della giustizia italiana

Non si tratta di un’interpretazione, di una frase che qualcuno ascolta e sente in un modo e altri afferrano diversamente: a fronte di un’ipotesi stratificatasi da tempo, sulla base di una registrazione molto confusa, in cui le parole mal si distinguono, permettendo anche la possibilità d’intendere ciò che si era ritenuto di intendere; oggi tutti possono ascoltare esattamente ciò che disse Maggi e che non è affatto ciò che ai magistrati serve per dimostrare la loro tesi. Perché insistere, parlando di questa vicenda, sulla definizione di “magistrati”, piuttosto che sulla qualifica specifica di “procuratori”? Perché l’attacco sproporzionato alla Polizia scientifica portato dai rappresentanti dell’accusa nel processo Bellini – precisamente: aver condotto l’accertamento richiesto dalla stessa Procura generale con una meticolosità, uno scrupolo e un impegno non richiesti – fa risaltare con gravità inaudita la contraddittorietà, lo squilibrio, l’incongruenza e finanche l’ipocrisia appunto del ruolo della magistratura nel nostro processo penale.

Non è in gioco, da questo punto di vista, il destino giudiziario di Paolo Bellini, la reputazione degli ex-terroristi dei Nar o la storia processuale della Strage alla stazione di Bologna: questa vicenda getta un’ombra densa e minacciosa sull’intera Giustizia italiana. Se una Procura, infatti, mette in discussione, anzi, critica aspramente un qualificato organo investigativo – che, è bene ripeterlo, agisce sempre e solo su ordine dei magistrati – non perché opera illegittimamente, bensì perché il lavoro svolto risulta a discarico degli imputati, si distrugge banalmente l’intera architettura giurisprudenziale formatasi in Italia da mille anni a questa parte e proprio a partire dalla fondazione dell’Università del Diritto in quel di Bologna.

Uno svilimento del sistema giudiziario

La nostra Costituzione, infatti, pur nella recente, ma insufficiente mitigazione introdotta con la legge sul così detto “Giusto processo”, eleva i procuratori al rango di magistrati, ponendoli in tutti i sensi al di sopra delle altre “parti processuali”, poiché affida a loro il compito di portare in aula tutti gli elementi – sia quelli favorevoli sia quelli contrari – utili all’accertamento di una “verità processuale”. È in base a questo onere che ai procuratori e solo ai procuratori è subordinata l’attività intera della Polizia giudiziaria, al fine di salvaguardarne l’imparzialità nella verifica degli indizi e degli elementi di prova di prova inerenti ai delitti. La riduzione dell’attività delle Forze dell’ordine a mera “consulenza di parte” – valida e da utilizzare solo se funzionale all’ipotesi caldeggiata in un determinato momento e contesto da questo o da quel pubblico ministero – è uno svilimento, una degradazione del sistema giudiziario italiano che imporrebbe una immediata e approfondita attenzione da parte non solo dei superiori organi della magistratura, ma anche del legislatore. Un’attenzione non per gli esiti di questa ennesima puntata dell’interminabile processo sul 2 agosto 1980 a Bologna, ma sul destino – che appare sempre più un declino – della Giurisprudenza italiana.

Il processo sfiora il grottesco

Per altro, a riprova di quanto qui si sostiene, vi è un altro, inquietante passaggio della requisitoria della Procura generale, laddove si fa intendere come gli uomini della Polizia scientifica, di fatto, avrebbero “manomesso” la registrazione di Maggi, al fine appunto di cambiarne il senso “comprensibile”. S e veramente fosse accaduta o anche se solo si sospettasse una cosa del genere, ciò non avrebbe dovuto essere un mero oggetto di critica, per quanto dura e severa, ma, trattandosi di una specifica e gravissima ipotesi di reato, il motivo di incriminazione degli autori di una tale azione. Portare in giudizio la Polizia scientifica, però, non è cosa da farsi a “cuor leggero” come il chiedere l’ergastolo per gli imputati al grottesco processo ai “mandanti del 2 agosto”.

 

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