La storia dei ragazzi missini del bar “La Borsa” di Pisa negli anni degli assalti sanguinari dei comunisti

sabato 19 Febbraio 8:05 - di Giovanni Trotta

Non è vero che tutto passa, come comunemente si dice. Ci sono cose che non passano mai, neanche dopo decenni. Una di queste è certamente il famoso bar “la Borsa” di Pisa. Qui, dal 1955, diverse generazioni e innumerevoli ragazzi e ragazze si sono dati appuntamento per “decidere cosa fare la sera”. Ma poi, molto spesso, si accorgevano che la serata era già passata tra chiacchiere, aperitivi e gelati. “La Borsa” è ed è sempre stato uno dei migliori bar di Pisa, certo non è l’unico. Ma per la sua posizione centralissima, e per il fatto di essere sotto le logge del palazzo della Camera di Commercio, quindi al riparo da pioggia e freddo, è stato eletto da moltissimi ragazzi, pisani e non pisani, quale luogo di ritrovo preferito.

Ci sono questi bar che, senza una ragione precisa, diventano luogo di aggregazione per le comitive: c’è il Gambrinus di Napoli, il Parnaso di Roma, le Giubbe Rosse di Firenze, il Calise di Ischia, e potremmo aggiungere anche il bar di piazza San Babila a Milano. Quest’ultimo, tra l’altro, era anch’esso sotto dei porticati per cui molto simile alla Borsa. E come in seguito i frequentatori vennero chiamati “sanbabilini”, quelli della Borsa vennero appellati “borsaioli”. Ma non è l’unica similitudine tra le due realtà. Anche la Borsa, negli anni Settanta, venne identificata – più dagli avversari che dai frequentatori – come un bar di neofascisti, di militanti del Msi, di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale. La verità, come sempre, sta nel mezzo. Gli attivisti veri e propri erano pochi, quelli militanti h24 certamente non superavano i cento. Gli altri erano solo ragazzi alla moda, glamour, che prendevano l’aperitivo e parcheggiavano auto e moto proprio accanto ai tavolini. Poi, a una cert’ora, decidevano di andare al Forte, a Tirrenia o in qualche discoteca a divertirsi, soprattutto d’estate.

Pisa, il bar Borsa e gli agguati dei comunisti

Gli altri, pochi, a quell’ora invece andavano in affissione, più di una volta allo scontro con i comunisti pisani. A Pisa, poi, c’è una notissima e prestigiosa università, alla quale affluivano studenti di tutta Italia. L’80 per cento andavano a sinistra, ma qualcuno faceva amicizia con i “borsaioli” facendo anche attività politica. E non si creda che a Pisa non siano passati gli anni di piombo. Anzi, fu proprio a Pisa che venne assassinato il primo missino che la storia italiana ricordi: era Vittorio Ferri, un simpatizzante che aveva avuto la grave colpa, nel lontanissimo 1948, di essere stato riconosciuto come spettatore di un comizio di Almirante. C’è da dire che quel giorno, il 14 luglio, c’era stato l’attentato a Togliatti, e una folla di facinorosi si era riversata nelle piazze di tutta Italia per uno sciopero spontaneo. Vicino piazza dei Cavalieri il giovane fu riconosciuto come missino e inseguito al grido di “dagli al fascista!”. In breve, fu raggiunto e linciato e poi finito cfon tre colpi di pistola. Anche Ferri sparò, ma non gli servì. Però era il 1948, e la guerra era finita da poco.

Pisa però, purtroppo, in seguito divenne un crocevia del terrorismo italiano, che qui mise le sue basi iniziali. Fu qui che Adriano Sofri, studente, fondò la prima sede di Lotta Continua insieme con Giorgio Pietrostefani. Erano già gli anni Sessanta, ma fu solo nel decennio successivo che Pisa si trovò in pieni anni di piombo. Anni che si annunciarono con la morte di Franco Serantini, anch’egli studente a Pisa, passato per comunisti, socialisti, Lotta Continua e approdato al gruppo anarchico “Pinelli” della città toscana. La storia di Serantini è diversa da quella di Sofri e Pietrostefani. Dopo un’infanzia difficile, fu affidato al riformatorio di Pisa dall’istituto per minori di Firenze, pur non avendo assolutamente precedenti. Dopo aver studiato contabilità, si aggregò, nel 1971, agli anarchici. L‘anno successivo partecipò a una delle tante manifestazioni di piazza per impedire il comizio del missino Beppe Niccolai, uno dei politici più lucidi della destra italiana di allora. Nel corso degli scontri con la Polizia Serantimi fu arrestato e portato in carcere. Due giorni dopo entrò in coma e morì. La vicenda fece scalpore non solo a Pisa e ancora oggi il giovane è ricordato con iniziative e cerimonie. La vicenda ha una coda: il medico del carcere che lo visitò fu prosciolto, ma nel 1977 fu gambizzato per vendetta dai terroristi.

La testimonianza di Doriano Di Baccio

E “La Borsa” come viveva tutto questo? Abbiamo rintracciato uno degli attivisti di allora, Doriano Di Baccio, classe 1954, da sempre – e tuttora – frequentatore della Borsa e attivista missino. Il bar e i suoi avventori in realtà non si resero conto di tutto questo in maniera profonda. Certo, c’erano le risse, le botte, gli inseguimenti con i compagni, ma tra militanti di opposte fazioni le cose non andarono mai oltre un certo limite. Chi veniva trovato da solo, certo, veniva picchiato, e poi c’era la rappresaglia sotto casa dei colpevoli. E Beppe Niccolai era costretto a girare con la scorta. Però bombe al bar o nelle sezioni o nelle case dei neofascisti, assalti armati, non ci furono mai. Tranne una volta, e anche lì ci andò di mezzo uno che non c’entrava nulla. L’estrema sinistra decise di “punire” un macellaio missino, Aldo Meucci, mettendogli un ordigno sotto la saracinesca del negozio a Marina di Pisa. Era il 1971, ed è considerato uno dei primi atti delle Brigate Rosse per la loro futura strategia. Meucci e altri commercianti erano stati dichiarati colpevoli dai tribunali popolari comunisti per non aver chiuso i loro negozi durante gli scioperi. Così, una notte, un ragazzo di 29 anni, ingegnere pisano, che insieme a sua moglie passava lì davanti si fermò vedendo un filo di fumo uscire dalla macelleria. Non era neanche l’una. Avvicinatosi, Giovanni Persoglio Gamalero, così si chiamava il giovane, venne investito dall’esplosione e morì poco dopo perché una scheggia gli aveva reciso l’arteria femorale e i soccorsi erano arrivati dopo due ore di attesa. La morte del giovane, appartenente a una nota famiglia della città, suscitò sconcerto in tutta Italia, e le forze dell’ordine ci misero poco a capire che i responsabili erano i comunisti dell’Osteria dell’Archetto, famigerata a Pisa, vero covo dove si pianificavano gli attentati contro i fascisti o presunti tali. I due responsabili furono condannati a otto anni per omicidio colposo e a un anno e mezzo per detenzione di armi e di esplosivi. Tra le carte sequestrate elementi che facevano presagire la nascita e l’organizzazione di gruppi comunisti militarizzati. Quelli che insanguinarono l’Italia negli anni successivi. Ma allora nessuno se ne accorse, tranne il Msi che più volte segnalò il pericolo al Viminale e in parlamento.

Ma “La Borsa” si accorse solo relativamente di quanto si andava addensando, e gli avventori continuarono a bere il famoso gin-rosa, l’aperitivo della casa il cui segreto è ancora oggi custodito dalla famiglia Sbrana, che da decenni guida l’azienda con mano sicura da grandi imprenditori, come si può capire vendendo la pagina Facebook. Però, negli anni Settanta i social non c’erano, e neanche i telefonini, e per vedere una persona e delle persone dovevi recarti fisicamente al bar e parlare con loro.  Come ricorda Doriano, a qualsiasi ora del giorno o della notte ti fermavi alla Borsa ed eri certo di trovare qualcuno con cui fare qualcosa o semplicemente tirare tardi. La mattina, sul tardi, era d’obbligo la colazione, con lo squisito caffè o cappuccino e i saccottini al cioccolato: il pranzo era veloce, un toast o un tramezzino e una bibita. Alle 19 c’era poi il vero concentramento della Pisa-bene per la serata e non si trovava un posto nei dintorni neanche a pagarlo oro: auto sportive, motociclette, vespe, ciclomotori, e naturalmente tante ragazze, attirate dai giovani ricchi e alla moda che si muovevano in quel palcoscenico etereo e leggero. Sì, perché la Borsa era un locale un po’ d’élite, e farne parte voleva dire essere qualcuno nella società del luogo. Poi, è chiaro, c’erano tutte le faune umane: i ricchi, i poveri, i millantatori, gli sbruffoni, i fanatici, ma la maggior parte – oltre ai “politici” – era rappresentata da giovani privilegiati a cui interessava la bella moto, il bel vestito, la bella vita. Furono davvero anni ruggenti, vissuti sull’onda di un nuovo rinascimento cui però si aggiungeva la temperie degli anni di piombo. E in questo i “borsaioli” furono in gamba: riuscendo a evitare le tragedie e il tunnel del terrorismo, mangiando il gelato, bevendo l’aperitivo e andando in auto scoperta alla Capannina.

“Ci si vede alla Borsa”, ancora oggi…

Da non dimenticare, ricorda ancora Doriano, che a Pisa c’erano e ci sono i paracadutisti, come a Livorno. Ora, i parà che tornavano dalla licenza arrivavano ovviamente in stazione, e per andare in caserma dovevano necessariamente passare davani a uno dei luoghi di ritrovao dei compagni. I quali, se li vedevano da soli al massimo in due, li aggredivano. Furono messe delle ronde militari, ma gli intolleranti di sinistra se ne fregavano e continuavano le loro proditorie aggressioni. Così, siamo nei secondi anni Settanta, un bel giorno150 parà uscirono e andarono a trovare i lottatori continui e – per dirlo alla pisana – li sfecero di botte. Da allora non ci furono più aggressioni.

E a piazza Vittorio Emanuele, indirizzo della Borsa, continuavano gli aperitivi, i caffè, i tramezzini, mentre oggi c’è una cucina sofisticata e buonissima, al passo con i tempi: non è più aria dei gin-rosa o di Biancosarti, non li chiede più nessuno, oggi vanno tutti a spritz o a shot. Ma la parola d’ordine è sempre quella: ci si vede alla Borsa. Non tutto scorre, come dicevano i filosofi greci.Perché i decenni non sono riusciti a scalfire il gruppo umano che si era costituito e aveva vissuto in quella piazza. Oggi, sessantenni e cinquantenni ex ragazzi d’oro, adesso professionisti, imprenditori, politici, docenti, continuano ad andare al bar della loro giovinezza spensierata e leggera. Per fortuna certe cose non passano mai davvero.

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