Monoclonali, con Omicron ne funziona uno solo: si guarda alla Merck. L’esperto: «Ma non è per tutti»

5 Gen 2022 16:22 - di Natalia Delfino
omicron monoclonali

Contro Omicron anche i monoclonali possono poco. O comunque di meno, perché «da quello che emerge dagli studi, ne funziona solo uno». A spiegarlo è l’immunologo Mario Clerici, docente all’Università degli studi di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi. «Contro la variante Omicron abbiamo perso molta dell’efficacia dell’arma rappresentata dagli anticorpi monoclonali», ha chiarito, avvertendo che «se questa variante si diffonde come sta facendo, quell’arma lì la perdiamo». Una speranza però arriva dalle pillole antivirali, perché «questo tipo di terapia è quella che ci ha permesso di trasformare l’Aids da malattia mortale a malattia cronica, con sopravvivenza simile a quella dei non infetti con Hiv».

Le potenzialità dei farmaci antivirali

Clerici, intervistato dall’Adnkronos, ha sottolineato che «sappiamo che funzionano e che sono la terapia che nel lungo termine fa la differenza». «Rispetto a sei mesi fa quando non c’era niente, solo cortisone e ossigeno, per trattare questi pazienti, avere la disponibilità di farmaci antivirali che, anche se al 50-60%, sembrano essere in grado di impedire la progressione di malattia ci dà uno spazio immenso per muoverci», ha aggiunto l’immunologo, commentando il fatto che negli ospedali italiani è partita la distribuzione del primo di questi antivirali orali, la pillola di Merck (Msd fuori da Usa e Canada), molnupiravir, la cui modalità di assunzione prevede quattro compresse al giorno per un ciclo della durata di 5 giorni.

Omicron, i monoclonali e la pillola Merck

Anche la Merck, come i monoclonali, però ha dei limiti di utilizzo, fra i quali il principale è che «sono farmaci che devi prendere subito, appena hai sintomi, per evitare il peggioramento della malattia». Poi c’è il profilo dei pazienti per i quali sono maggiormente indicati. In questo momento, ha chiarito Clerici, sono quelli «non vaccinati o con singola dose, che arrivano in Pronto soccorso con i primi sintomi e hanno fattori di rischio». «Ancora i medici sul territorio non sono pronti a usarli essendo qualcosa di nuovo, ma senz’altro presto si farà ed è importante che i medici del territorio sensibilizzino i pazienti che potrebbero beneficiare di questi trattamenti», ha proseguito l’immunologo, per il quale «il vantaggio grosso è che sono pillole e sono più facili da usare rispetto ai monoclonali. Anche se a breve dovrebbero essere approvati anche monoclonali per via sottocutanea e diventerà molto più semplice gestirli».

Clerici: «I farmaci non rimpiazzano i vaccini»

Farmaci come la Merck, inoltre, anche se «il rapporto costo-beneficio è fantastico», non sono privi di effetti collaterali «e sicuramente li hanno più dei vaccini». «Sono farmaci potenti, perché il nemico da combattere è potente. Senz’altro ci hanno aperto una finestra immensa che fino a pochi mesi fa non c’era. Va ribadito in ogni caso che i farmaci non rimpiazzano i vaccini», ha precisato ancora Clerici, ricordando che le persone «devono vaccinarsi perché col vaccino hanno la protezione». «I farmaci – ha aggiunto – sono un supplemento, qualcosa in più», mentre i vaccini sono la via maestra, «sia se vediamo la cosa dal punto di vista dei costi per la sanità pubblica, che sono più alti per i farmaci, sia per gli effetti collaterali».

 

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