Oltre lo sciopero generale: recuperare la centralità del lavoro e valorizzare le competenze

20 Dic 2021 12:47 - di Mario Bozzi Sentieri

Al di là dell’immancabile “balletto” delle cifre sull’adesione allo  sciopero generale indetto da Cgil e Uil   (dal 60 all’ 80 per cento, a seconda dei diversi comparti, a leggere  le fonti sindacali;  “ben sotto il 5%” secondo le stime diffuse dalla Confindustria) il vero tema all’ordine del giorno delle forze sociali e produttive del Paese è quale debba essere il ruolo dei sindacati in un momento cruciale per le sorti nazionali.

Lo sciopero generale ha mostrato la debolezza  di un sindacalismo meramente “di protesta”, laddove oggi appare cruciale individuare organici percorsi partecipativi in grado di realizzare, a fronte dei vecchi scenari conflittuali,  politiche autenticamente inclusive. Non si tratta allora  di alzare il livello dello scontro, come ha paventato Maurizio Landini subito dopo lo sciopero generale, quanto di cogliere i mutati scenari sociali dell’Italia del Terzo Millennio, le nuove sensibilità collettive (rimarcate dall’emergenza Covid), le trasformazioni tecnologiche e geopolitiche in divenire.

In questo quadro le vecchie aspettative conflittuali e di classe appaiono largamente inadeguate. Così come un’ idea “passiva” di coesione sociale tutta giocata su una serie di indicatori strutturali (disuguaglianza nella retribuzione, rischio di povertà, disoccupazione, abbandono scolastico, tutela della maternità, politiche abitative) pur necessari per risolvere le tante sperequazioni oggi esistenti, che va però  declinata  in modo “attivo”,  superando  i limiti della conflittualità classista e dell’immobilismo partitocratico.

Dove individuare allora i percorsi di un riformismo non utopistico, capace di rispondere contemporaneamente ai temi della governabilità e alle grandi questioni sociali, lasciate irrisolte dalla crisi del classismo e dei vecchi modelli di welfare ? Ci sono “strumenti”, politici ed istituzionali, in grado di riattivare aspettative, che paiono sopite, ed un’energia morale ormai dispersa nei mille rivoli dell’individualismo e del relativismo etico ?  Dove cercare autentiche politiche di coesione sociale? Può il solo riformismo istituzionale di stampo tecnocratico  dare risposte concrete alle domande  di partecipazione, di solidarietà, di giustizia sociale, di sana amministrazione, che crescono, al di là della bassa tensione politica ed elettorale, nel Paese? Possono queste domande saldarsi con un nuovo modello di rappresentanza politica e sociale? Ed in che senso ?

Senza venire meno ai suoi compiti “istituzionali” è anche rispetto a queste domande che il Sindacato deve iniziare ad interrogarsi, proprio partendo dal suo ruolo attuale e da quello futuro.

Un ruolo che, in premessa,  può trovare uno strumento importante di applicazione nel Tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (a cui partecipano, sotto la presidenza di Tiziano Treu,  i rappresentanti delle parti sociali, del Governo, delle Regioni, delle Province autonome, degli Enti locali, di Roma capitale, delle categorie produttive e sociali, del sistema dell’università e della ricerca, della società civile e delle organizzazioni della cittadinanza attiva). A patto però di passare dalla mera consultazione dei soggetti coinvolti ad un ruolo attivo e autenticamente partecipativo.

In  questa prospettiva,  un ulteriore ambito in cui il Sindacato può realizzare  una nuova ragione d’essere è quello della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende: tema storico, centrato sulla mancata attuazione dell’art. 46 della Costituzione a fronte di una visione conflittuale dei rapporti sociali.

L’Ugl ne ha fatto una sua bandiera identitaria, peraltro declinata recentemente in modo nuovo per dal  Segretario Generale,   Paolo Capone,  che ha parlato di più livelli di contrattazione,  in grado di  rispondere a diverse domande di carattere sociale e politico: il primo livello rappresenta la  “cornice”, “che riconosce ai lavoratori diritti non negoziabili, le dichiarazioni di principio e la base retributiva”; “al secondo livello la organizzazione del lavoro e la definizione della produttività rappresenta il passaggio necessario per arrivare, superando l’ideologia della lotta di classe, ad un sano confronto tra capitale e lavoro”; un ulteriore livello viene individuato nel cosiddetto “contratto di comunità”, che “potrebbe coinvolgere, in un assetto tripartito la proprietà, i lavoratori e l’ente locale sul quale lo stabilimento di produzione insiste”.

La stessa Cisl, che formalmente si richiama alla Dottrina Sociale della Chiesa,  si è in varie occasioni espressa a favore dell’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, pur restando però sulle generali, senza impegnarsi direttamente.

Anche la Uil ha nel suo dna, espressione di una visione social-riformista, elementi partecipativi, che non hanno mai trovato piena declinazione operativa.

Un fronte partecipativo pare insomma  esistere  in nuce a livello sindacale. Così come le condizioni per fare emergere una nuova maggioranza sindacale, pragmatica, post-ideologica, riformatrice, in grado di relazionarsi sia con il governo in carica, sia con il mondo delle imprese, sulla base di contenuti reali e della concreta rappresentanza degli interessi dei lavoratori.

Oltre lo sciopero generale e  la conflittualità c’è insomma molto di più: è la centralità del lavoro ed il valore delle competenze, da riconoscere e valorizzare.  Ne prendano atto il governo e il mondo imprenditoriale, passando finalmente dalle parole ai fatti, dagli auspici ad un’autentica e concreta inclusione sociale di stampo partecipativo.

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