Dal processo Calabresi al mito dell’amore e al fascino dell’arte: esce “In giustizia” di Tina Cardone D’Alessio

sabato 18 Dicembre 20:36 - di Luca Maurelli

“Ricordo che il giorno in cui il Commissario Calabresi fu chiamato per rendere la sua deposizione sull’accaduto, l’aula era stracolma di pubblico e di avvocati, mentre centinaia di persone che l’aula stessa non riusciva a contenere erano rimaste all’esterno, dove un cordone della Polizia cercava di frenarne le esternazioni di ogni genere. Luigi Calabresi, bello, giovane, con il suo pullover bianco a collo alto, quasi mio coetaneo, sedeva esattamente davanti a me per rendere al microfono la sua ricostruzione del fatto…”. Il capitolo sul processo Calabresi, il commissario accusato di aver scaraventato da un balcone della questura l’anarchico Pinelli, regala momenti di storia italiana ripresi da una telecamera segreta a doppio zoom, gli occhi di Tina Cardone D’Alessio, giudice a latere che dopo molti anni ha ricostruito quelle giornate nella sua opera prima, “IN GIUSTIZIA. Vita pubblica e privata di una donna magistrato” (Aletti Editore, pp.273, Є 16), un libro scritto da una delle prime donne a scalare o vertici della piramide giudiziaria, affermando se stessa e l’emancipazione femminile senza slogan ideologici in quella società claustrofobica e politicizzata che usciva lacerata dal Sessantotto.

Da Pannarano al mondo, anni di successi e momenti amari

Tina Cardone D’Alessio, partendo da un piccolo paesino del Beneventano, Pannarano, approda prima a Napoli, poi a Roma, quindi a Milano, per poi rifare il percorso inverso, divincolandosi tra amori giovanili e carriera, muovendosi sul filo del diritto e dell’arte, con percorsi paralleli e invisibili agli occhi del mondo esterno che la Cardone osservava – e racconta oggi – con curiosità e senso critico. Il suo viaggio nella vita è costellato di corsi e ricorsi, coincidenze, bivi del destino, decisioni sofferte e rimpianti annegati nel lavoro, ma anche di gioie, risate, vita vera e vita immaginata, tra veri amici e nemici invisibili pronti ad allearsi per colpire nell’ombra. Fino a quando, un inciampo professionale, originato da uno sgambetto sleale nato nell’insidioso teatrino della magistratura correntizia e militante, non la costringe a fermarsi, per pensare, difendersi, per poi uscire vittoriosa da una incriminazione che metteva sotto processo non i suoi comportamenti ma la sua amicizia disinteressata per un politico conosciuto in gioventù.

Ma il lavoro è solo un pretesto per parlare d’altro, per porsi interrogativi esistenziali mentre la Cardone racconta l’Italia del boom economico e nella quale si scatenano i grandi conflitti sociali e politici che portano agli scontri ideologici degli Anni di Piombo.
L’amore, per la famiglia, i figli, il nipote, il marito, gli esseri umani, resta centrale nell’opera letteraria. “A nonna associo il tema dell’amore: era una donna romantica, con una grande propensione a leggere nel mio animo i momenti di gioia e di dolore. Benché analfabeta, aveva una intuizione ed una intelligenza non comune”, scrive la Cardone.

Dalla giustizia alla pittura, nel segno delle donne

L’arte e la pittura arrivano improvvise, come fulmini, e regalano al magistrato una seconda vita di successi e gratificazioni, nel segno del femminismo gentile, non aggressivo e ideologico, che la porta a disegnare soprattutto volti femminili, donne, forse innamorate nello sguardo e forse in ostaggio di quelle stesse cornici. “Ho deciso di dipingere tele raffiguranti immagini femminili dai tratti somatici irreali nei lineamenti, nei corpi, negli abbigliamenti, nei colori: in un atelier immaginifico, persino privo di reale prospettiva, ed in violazione di ogni regola di tipo puramente accademico…”. Senza regole, almeno nell’arte, un lusso che poteva concedersi dopo una carriera di protocolli, leggi, cavilli e impegni istituzionali, dalla vicepresidenza della  Sezione GIP presso il Tribunale di Napoli a Vice Capo Dipartimento agli Affari di Giustizia presso il Ministero della Giustizia.

Il finale di “In giustizia” è uno scambio col nipote, al quale la giudice affida i suoi ricordi e le sue riflessioni, riecheggiando la prosa di Susanna Tamaro in “Va’ dove ti porta il cuore” e fornendo al giovane studente le proprie idee sulla giustizia in Italia, devastata da scandali e ostaggio di riforme mai varate. “Sì, io credo ancora nella giustizia”, è la risposta di nonna Tina al giovane Pier. Manca la chiosa amara, il “nonostante tutto”, ma si intuisce tra le righe.

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