M5S, sorpresa Castellone. Il primo voto sui capigruppo al Senato finisce 36 a 36. Giallo sulla scheda contestata

mercoledì 3 Novembre 20:07 - di Chiara Volpi
M5S

Nulla di fatto alla prima prova: il sintomo di un Movimento in frantumi, dilaniato in mille rivoli e correnti. Con 36 voti per Mariolina Castellone e 36 per il capogruppo uscente Ettore Licheri, finisce pari la prima votazione per il rinnovo del direttivo 5 Stelle a Palazzo Madama. Con tanto di giallo su una scheda contestata. Che, secondo quanto apprende l’Adnkronos, sarebbe poi stata assegnata a Licheri nel computo finale. I riflettori, ormai da giorni, sono puntati sull’elezione del capogruppo al Senato, in casa 5 Stelle. E questa mattina alle 8.30 – e fino a stasera alle 20 – si sono accesi sui malconci abitanti della galassia pentastellata in frantumi. Una scommessa al buio, quella dei 5S chiamati in base allo statuto del gruppo M5S al Senato, a eleggere «a maggioranza assoluta dei propri componenti» il capogruppo. Ma dopo il primo voto è fumata nera.

M5S, sorpresa Castellone: la prima votazione per il rinnovo del direttivo al Senato finisce pari

Bocce ferme in attesa del secondo scrutinio. Tutto da rifare dopo il pareggio. Il capogruppo uscente Ettore Licheri cerca la riconferma e si presenta con una squadra composta da: Agostino Santillo (vicepresidente vicario). Gabriella Di GirolamoMaurizio Santangelo. Gabriele Lanzi. Elisa Pirro (tesoriere). A sfidare Licheri è Maria Domenica Castellone, nel cui “team” figurano: Vincenzo Garruti (vicepresidente vicario). Lalla Mantovani. Felicia Gaudiano. Fabrizio Trentacoste. Agnese Gallicchio (tesoriere). Ora tutti sanno che, come recita lo Statuto, «qualora non si raggiunga la maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede a una terza votazione. Nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti presenti. Computando tra i voti anche le schede bianche».

M5S, il fronte si scalda: si va al secondo scrutinio. Sarà guerra all’ultimo voto

Un banco di prova dirimente, quello dell’elezione del capogruppo al Senato. Un significato, quello del responso delle urne parlamentari, che esula dalla semplice nomina, e che canalizza i dissensi che da mesi dilaniano il M5S intorno alla travagliata elezione per il rinnovo dei direttivi del gruppo al Senato. Un test che sa di verifica generale, quello dell’elezione a Palazzo Madama, che sulle prime sembrava che Ettore Licheri potesse superare brillantemente veleggiando verso un’agile riconferma. Ma che invece – e l’esito della prima votazione lo conferma a mani basse – la candidatura alternativa di Maria Domenica Castellone ha messo seriamente in discussione. Con tutti i riverberi del caso sulla situazione generale: che è quella che denuncia una messa in discussione capillare e tentacolare della leadership di Conte. La Castellone, non a caso, si definisce lei pure contiana. Eppure, attorno alla sua figura, potrebbero raggrupparsi correnti più o meno organizzate. Così come singoli delusi decisi a battere cassa.

Un banco di prova che mette Conte (e la sua leadership) sulla graticola. Ecco perché

Del resto, l'”effetto Conte” sui sondaggi non c’è stato. Tantomeno alle Amministrative. L’avvio della fatidica restaurazione movimentista prodromica alla definizione dell’ultima metamorfosi pentastellata, non corre velocissima. Non viaggia su binari certi. Ma, soprattutto, in questo contesto turbolento e animoso, il rinnovo dei capigruppo di Camera e Senato stigmatizza un passaggio delicatissimo dove le soprese al rush finale potrebbero rivelarsi decisive. E con il dossier sul superamento o meno del vincolo del secondo mandato ancora sul tavolo. E Conte al timone di comando del vascello grillino, sempre a rischio ammutinamento, qualsiasi dovesse essere la risoluzione finale non farà altro che allungare lo sterminato elenco di malpancisti e scontenti. Quelli che animano e riempiono gli spazi di un cahiers de doleances in cui, tra lamentele e grane: la linea politica è considerata da molti troppo schiacciata sul Pd. Il garante del M5S Grillo balla da solo e si mostra scostante nei rapporti coi colonnelli. Gli eletti si sparpagliano e si raggruppano alla bisogna. Insomma: vince solo il malumore.

 

 

 

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