Como, ergastolo per Mahmoudi, l’immigrato tunisino che massacrò a coltellate don Malgesini

giovedì 28 Ottobre 19:38 - di Redazione

È stato  condannato all’ergastolo Ridha Mahmoudi. Il cittadino tunisino di 56 anni che il 15 settembre del 2020 uccise a coltellate a Como don Roberto Malgesini. Conosciuto come il prete dei giusti. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Como.

Como, ergastolo per il clandestino che uccise don Malgesini

I giudici hanno respinto la richiesta della difesa di dichiarare Mahmoudi incapace di intendere e di volere. O, quantomeno, di concedere una perizia psichiatrica. Il pubblico ministero, Massimo  Astori, aveva concluso che l’assassino era assolutamente consapevole di quello che faceva, nel momento del delitto. E che il delitto fosse premeditato.  Don Roberto Malgesini, 51 anni è morto a pochi passi dalla chiesa di San Rocco, dove prestava servizio a Como. Ucciso a coltellate  dal tunisino destinatario di un provvedimento di espulsione. Non eseguito per l’emergenza sanitaria. Il prete dei giusti era intento a iniziare il giro quotidiano della distribuzione delle colazioni ai senzatetto.

Si sentiva vittima di un complotto. Negata la perizia psichiatrica

Il tunisino, già espulso negli anni ’90, si sentiva vittima di un complotto. Alcuni operatori della Caritas e volontari che aiutavano don Roberto hanno ripetuto che Ridha Mahmoudi si sentiva vittima di un complotto per allontanarlo dall’Italia. Dai testimoni è emerso il ritratto di un uomo “pretenzioso. Convinto che non si facesse abbastanza per lui. Arrabbiato con tutti e in particolare con gli italiani”. Lo psichiatra collaboratore della Caritas che lo ha incontrato una volta ha interrotto il colloquio dopo mezz’ora. “Parlava solo lui, non era disposto ad ascoltare, non era disposto ad accogliere suggerimenti”, ha detto in aula. Il legale che lo ha assistito in numerose pratiche legate alle espulsioni ha confermato che non seguiva le indicazioni. “Don Roberto mi aveva chiesto di aiutarlo e spesso lo aveva accompagnato agli incontri nel mio studio. Poi mi aveva detto che non se ne occupava più e mi aveva chiesto di fare riferimento ai volontari della Caritas. Non ascoltava, capiva quando voleva. Il suo unico pensiero fisso era che non voleva tornare in Tunisia“.

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