Il pensiero dell’ultimo Mussolini nelle note di agenzia di “Corrispondenza repubblicana”

giovedì 9 Settembre 14:24 - di Redazione
Mussolini

Appena tornato dalla Germania, alla fine di settembre 1943, avuto da Hitler l’incarico di costituire un governo fascista nell’Italia del centro-nord, Mussolini decise di ritornare quasi a tempo pieno al suo mestiere di giornalista. Attraverso una formula per lui inedita di collaborazione alla stampa della Repubblica Sociale: le note di agenzia. Così lo storico Giuseppe Parlato introduce le centodue note mussoliniane riproposte nel libro da lui curato “Corrispondenza repubblicana” (Luni editore). Scritti destinati alla radio e alla stampa che Mussolini nella maggioranza dei casi scriveva direttamente. Oppure faceva scrivere ad alcuni collaboratori del Ministero della Cultura Popolare, sempre sotto il suo diretto controllo. Le note coprono un arco temporale molto significativo: la prima è stata scritta da Mussolini il 28 settembre 1943, l’ultima il 22 aprile 1945.

Le note ebbero un grande successo di pubblico

Si tratta di commenti anche molto polemici, che ebbero subito un notevole successo di pubblico e furono raccolte in fascicoli e in un volume (entrambi rari e quasi introvabili) fino alla fine del 1944, poi furono pubblicate nell’Opera omnia di Mussolini nel 1960. Ora vengono ripubblicate integralmente: rispetto alla edizione del 1960, che contava 99 note, se ne sono rinvenute altre tre, portando così il numero complessivo delle note a 102.

Parlato: fondamentali per capire l’ultimo Mussolini

Si tratta – sottolinea Parlato –  di un documento fondamentale per comprendere chi sia stato davvero Mussolini nella sua ultima esperienza politica e quale sia stato il suo effettivo ruolo politico: i rancori e le polemiche contro il re e contro Badoglio; le nuove, ma antiche, discussioni sul ruolo della plutocrazia nazionale e internazionale; le illusioni sul ruolo autonomo della Rsi; l’attenzione alla politica estera e alle conferenze alleate che precedettero la fine della guerra; la delusione per il consenso al regime di politici e di giornalisti, rapidamente svanito; il silenzio su tanti aspetti che evidentemente lo imbarazzavano e che non erano in grado di offrire all’esterno l’immagine di un fascismo repubblicano solido come lui avrebbe voluto; le contraddizioni sulle prospettive di liberalizzazione interna che invece furono tarpate dal partito e da Pavolini; la solitudine e l’impotenza del duce, ormai sempre più rassegnato alla inevitabile fine.

Mussolini e la passione per il giornalismo

“Con la Corrispondenza – ha scritto sul Giornale lo storico Roberto Chiarini – Mussolini mirava, anzitutto, a coprire il vuoto di commenti e interventi specificatamente politici che denunciava la stampa di regime, in grave difficoltà dopo l’8 settembre a reperire notizie per la mancanza di corrispondenti e inviati. In secondo luogo il Duce si proponeva di supportare la campagna di stampa a sostegno delle ragioni fondanti della Rsi. Al contempo, il ricorso alla parola scritta significava per lui il gran ritorno a una passione mai dismessa per il giornalismo”.

Gli strali contro il re fellone, Roosevelt e Churchill

Mussolini, ancora, punta i suoi strali contro i nemici interni: contro il re fellone, «Vittorio Emanuele III e ultimo», contro Carlo Sforza «guitto dell’avanspettacolo», contro Badoglio «duca di Caporetto», contro i giornalisti e i generali, fino al giorno prima da lui foraggiati e ora passati al nemico”.

“Quanto ai nemici esterni – conclude Chiarini – li irride, cercando al contempo di falsificare la loro illusoria promessa di regalare «presunte libertà» ai popoli sconfitti. Roosevelt è «l’anticristo del XX secolo» nonché «criminale di guerra n. 1», Churchill «criminale di guerra n. 2». Un trattamento di favore riserva significativamente a Stalin, anch’ egli dittatore, ma anch’ egli benemerito per aver tentato almeno di realizzare quella «rivoluzione» che in Italia a Mussolini sarebbe stato impedito di realizzare”.

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