Il nonno di Eitan accusa i parenti in Italia: ora è duello di interviste televisive sul bimbo conteso (video)

sabato 18 Settembre 10:04 - di Carlo Marini
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“Non riesco a capire quello che sta dicendo, ho ricevuto un parere legale, ho superato legalmente il controllo dei passaporti”. Così in un’intervista a Video Channel 12 News, Shmuel Peleg, nonno di Eitan, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, fornisce la sua versione dopo che la scorsa settimana ha portato il nipote, che si trovava a Pavia dalla zia paterna nominata anche tutrice, in Israele.

Il caso Eitan è diventato materia per un dibattito tv anche in Israele


Alla domanda se non teme il momento in cui il piccolo crescerà e leggerà su internet quello che è successo e il conflitto all’interno della famiglia, il nonno ha risposto: «Credo che quando Eitan crescerà un giorno mi dirà “Nonno hai fatto tutto il possibile per me, mi hai salvato” e mia figlia quando un giorno ci incontreremo in cielo sarà fiera di me per aver salvato suo figlio, per averlo portato a casa sua».

E sulle illazioni, rimbalzate anche in Israele, che dietro il bambino conteso ci siano questioni di eredità, replica: «Abbiamo chiesto di congelare i beni di Eitan fino ai 18 anni, gli avvocati di Aya si sono opposti. Perché? ». Dal canto suo, la zia Aya che domani partirà per Tel Aviv, respinge al mittente l’accusa: «Non è affatto una questione di soldi, non ricevo uno stipendio dallo Stato come tutrice, o Eitan un sussidio da orfano». 


La versione del nonno: “L’ho portato via perché non mi fido dell’Italia”

Ieri sera, tanto per far capire la deriva televisiva della vicenda, due canali israeliani, Channel 12 News e Channel 13 hanno trasmesso due interviste: una al nonno e l’altra agli zii. N12 ha mandato in onda la conversazione, registrata martedì scorso, in cui Shmuel Peleg ha dichiarato di aver perso fiducia nel sistema giudiziario italiano. Nella sua versione dei fatti, mentre doveva occuparsi di riportare i «cadaveri della sua famiglia in Israele» non avrebbe avuto la lucidità per seguire «una procedura di tutela», peraltro «tutta in italiano». Su Kan13, Aya Biran ribadiva invece che «la questione non è chi debba crescere Eitan, ma il suo bene. E dove si trovi il centro della sua vita».


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