I Talebani: l’Afghanistan non è l’Europa, rispettate le nostre tradizioni

mercoledì 22 Settembre 11:48 - di Roberto Frulli
talebani

Chiedono tempo all’Occidente e rispetto delle proprie tradizioni per difendere le quali dicono di aver lottato per vent’anni e spiegano che l’Afghanistan non è l’Europa ma, al contempo, i Talebani assicurano di voler tornare ad inserire le donne nei luoghi di lavoro sostenendo che, in parte, è stato già fatto.

Intervistato dal ‘Corriere della Sera‘, Zabihullah Mujahed, portavoce dell’Emirato islamico e capo della Commissione culturale del governo di Kabul, tratteggia il futuro dell’Afghanistan, chiarisce ciò che i Talebani si attendono dalla comunità internazionale e a cosa non sono disponibili a rinunciare ma anche ciò che sono pronti a mettere in campo per trovare una sintesi con l’Occidente che sia di reciproca soddisfazione.

“Credo sia un mutuo interesse per noi e per voi europei avere le nostre rispettive ambasciate aperte. Noi abbiamo bisogno del vostro aiuto. Per voi resta necessario capire il nostro Paese – dice Zabihullah Mujahed. – Ma dovete anche comprendere che l’Afghanistan non è l’Europa. Per noi talebani le nostre tradizioni sono importantissime. Abbiamo lottato vent’anni per difenderle, compreso la nostra concezione del ruolo della donna. Capisco che per voi i vostri valori siano importanti. Ma dovete rispettare i nostri“.

“Non possiamo ignorare che le donne sono una componente importante della nostra società – ammette il portavoce dei Talebani. – Sosteniamo che devono poter studiare e lavorare, ma nel rispetto della legge islamica. Dobbiamo garantire la loro sicurezza morale e fisica”.

”Negli ultimi anni erano minacciate. E dobbiamo creare i meccanismi necessari a proteggerle – sostiene Mujahed. – Va però anche aggiunto che nei nostri ministeri dell’Educazione, Sanità e negli aeroporti le donne sono già tornate a lavorare. Dateci tempo e le cose si metteranno a posto”.

I tentativi dei Talebani di stabilire rapporti solidi e paritari con l’Occidente si vedono in queste anche all’Onu dove i nuovi padroni dell’Afghanistan nominano un nuovo ambasciatore. E chiedono di poter far intervenire il ministro degli Esteri del nuovo governo di Kabul, Amir Jan Muttaqi, ai lavori dell’Assemblea Generale a New York.

Un esercizio di democrazia che, probabilmente, per il momento è rimandato visti i tempi lunghi della burocrazia al palazzo di vetro.

In una lettera del ministero degli Esteri ‘dell’Emirato islamico di Afghanistan’ indirizzata al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, le autorità al potere a Kabul chiedono che venga consentito al ministro degli Esteri Amir Jan Muttaqi di rivolgersi alla platea di delegati riunita per la 76ma Assemblea Generale.

Nella missiva i Talebani affermano che gli altri paesi non riconoscono più come capo dello stato il presidente Ashraf Ghani, che è stato “estromesso”.

Nella lettera si fa inoltre presente che l’inviato di Kabul all’Onu, Gulam Isaczi, dovrà essere sostituito dal portavoce di Kabul Suhail Shaheen, perché l’attuale rappresentante permanente non rappresenta più il paese e la sua missione deve considerarsi conclusa.

Il segretariato Onu ha girato la lettera al Comitato delle credenziali perché la valuti. Il comitato è composto da rappresentanti di nove paesi, Stati Uniti, Russia, Cina, Svezia, Namibia, Bahamas, Bhutan, Sierra Leone e Cile ed è incaricato di decidere quali rappresentanti e pertanto quali leader siano riconosciuti all’Onu.

Qualunque sia la decisione che prenderà, osservano funzionari all’Onu, difficilmente il Comitato per le credenziali avrà modo di agire con la rapidità necessaria a far intervenire in Assemblea un rappresentante dei Talebani. Insomma, dopo vent’anni di guerra senza vinti né vincitori, i Talebani rischiano di essere sconfitti dalla burocrazia.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *