Un libro profetico sul disastro in Afghanistan. Peluso: “Ma l’Italia ha fatto miracoli con i suoi soldati”

martedì 24 Agosto 16:58 - di Luca Maurelli

Tante foto, poche parole, quanto basta per formulare una triste sentenza in un libro che perfino l’autore si augurava meno profetico.
L’Afghanistan lasciato a se stesso sprofonderà di nuovo nell’oblìo, ma questo lo sapevano tutti i leader, anche quelli che ora piangono lacrime di coccodrillo per le vendette contro gli afghani amici, le donne minacciate dai Talebani, i bambini passati sul filo spinato”, dice il giornalista Lorenzo Peluso, che l’Afghanistan non lo ha studiato su Wikipedia ma andando al seguito delle truppe italiane. Nel suo libro fotografico “Di là dal fiume. Il mio Afghanistan” (Gagliardi editore, pp. 132,  25 €) ha usato solo le parole strettamente necessarie a inquadrare lo sfondo e a mettere a fuoco la visione del disastro che poi si è puntualmente materializzato sotto l’occhio ipocritamente sorpreso del mondo intero. Il progetto letterario di Peluso e la sua inchiesta giornalistica è fatta di foto di volti, sorrisi, paure, amarezza, ma soprattutto di sguardi persi nell’incertezza del futuro, documentati nei mesi in cui si stava profilando lo strappo con chi aveva promesso di portare democrazia.

“Al di là del fiume”, l’Afghanistan mai ricostruito

L’Afghanistan allo sbando e nuovamente in ostaggio dei Talebani, nel libro di Peluso, dato alle stampe poche settimane prima l’inizio della fine, era un’ipotesi apocalittica alla portata di chiunque avesse reale dimestichezza con quell’area del mondo. Peluso aveva visto lungo quando si chiedeva cosa sarebbe accaduto dopo la “fuga” degli americani, apparentemente precipitosa ma calcolata, pure troppo, per evitare danni collaterali ai soldati Usa e riconsegnare il Paese ai Talebani. Nel volume del giornalista salernitano originario di Sanza, fotografo ma anche un po’ poeta, che intervalla scatti e didascalie in versi – “Soldato italiano ad Herat – Le mie speranze, la mia attesa. Solo, io ed i miei pensieri. Quelli, si quelli, quelli sono sempre con me”, si legge nella foto in alto – c’è il racconto di un popolo dilaniato dalle etnie e tenuto insieme dalla Sharia, povera gente e gente povera che lui ha osservato e provato a comprendere nelle sue missioni da “embedded” al fianco dei militari italiani.

Il popolo abbandonato a se stesso, più che ai Talebani

“La decisione del presidente americano Joe Biden di ritirare tutte le truppe dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021 ha forzato la mano degli alleati Nato. La violenza in Afghanistan intanto aumenta, giorno dopo giorno: 3,1 milioni di persone, più della metà delle quali minori, necessiteranno di assistenza umanitaria in un Paese in cui, negli ultimi due anni, la sicurezza è peggiorata notevolmente e il numero di bambini uccisi e mutilati ha raggiunto il suo record… Dunque, di certo, al momento per l’Afghanistan il futuro non c’è, ancora”, scriveva Peluso nei mesi scorsi, mentre portava a termine le bozze di “Di là dal fiume“.

Il valore dei soldati italiani di pace

Oggi Lorenzo Peluso non prova alcun piacere per quelle infauste previsioni. “Per chi segue quelle vicende, non è stata una sorpresa proprio la ‘sorpresa’ che i media nazionali e internazionali, ma anche la classe politica italiana, hanno manifestato per il caos scoppiato dopo l’avvio del ritiro delle truppe occidentali. L’Afghanistan era uscito da tempo dai riflettori dei grandi opinion leader, anche da noi, così come poco o nulla si dice da anni delle altre missioni all’estero dell’Italia, nelle quali ci facciamo onore, come quella in Libano, in Kosovo: siamo centrali nella Nato per il nostro metodo, il nostro modo di fare peace keeping, così diverso da quello americano. Loro esportano democrazia con la mentalità di chi occupa, noi andiamo in missione per costruire, infrastrutture, formazione, convivenza, pace. Ecco perché anche in Afghanistan siamo visti con occhi diversi dalla popolazione locale, abbiamo avuto anche noi i nostri morti ma lasciamo tracce di grande civiltà, ci siamo fatti amare dalla gente”.
Due esempi su tutti: i soldi investiti dall’Italia nella riconversione delle coltivazioni di oppio in zafferano, su cui è già calata la scure dei Talebani, ma anche la scuola intitolata alla giornalista morta Maria Grazia Cutuli a Kabul, dove centinaia di bambini studiano e imparano anche la nostra cultura”.

Il fallimento, le bugie e il futuro oscuro

Nel libro si delineano scenari da guerra civile. “Ma era tutto previsto, le colpe maggiori sono di Trump, che aveva deciso per il disimpegno, ma lo stesso Biden ha mentito sostenendo che non si erano previsti gli effetti di una data di ritiro fissata per il 31 agosto, anche se  c’era già l’accordo con i Talebani per evitare ritorsioni sui soldati Usa. Ne è rimasto in ostaggio, di fatto. Poi le ingerenze della Cina e i contatti con le truppe islamiche hanno fatto accelerare gli eventi e irrigidito ancor di più gli americani, che non vogliono più saperne. L’unica strada è rimandare il più possibile il rientro delle truppe e creare corridoi umanitari con chi vuole andare via. Per gli occidentali riprendere il controllo del Paese è impossibile. E in futuro bisognerà tornarci facendo accordi con Russia e Cina”.
Resta aperto il tema delle vendette contro chi ha collaborato, delle donne ridotte in schiavitù, del traffico di oppio, dei diritti dei bambini. “I Talebani moderati, i leader che hanno studiato e conoscono l’Occidente, purtroppo hanno bisogno dei bracci armati dei fondamentalisti islamici per esercitare il potere. Ecco perché sono pessimista”.

Il racconto del dolore di donne e bambini

E i Talebani? Sono davvero l’unica minaccia? “Poco conta qui il prezzo della vita umana, che non ha prezzo, neppure se sono bambini. C’è chi ha interesse, e su questo non vi è dubbio, a catalizzare l’attenzione sui talebani. Ci deve essere sempre un nemico per avere una guerra e quando c’è guerra ci sono dollari, interessi, armi. Non voglio e non posso assolvere i talebani, non ne ho gli strumenti ed i riscontri, ma chi conosce le dinamiche di questo Paese, io ne ho solo un’infarinatura, sa bene che qui corruzione e potere sono l’arma migliore per sconfiggere la democrazia. Dunque l’Afghanistan è in guerra, lo era negli ultimi vent’anni, lo sarà ancora perché qui non c’è pace. 75 etnie che devono convivere e condividere le regole di uno stesso Stato che non conosce un unico popolo….”, recita un passaggio del libro in cui spiega che la frammentazione del popolo, che di fatto non esiste, sta all’origine dell’impossibilità di imporre un governo democratico. Dietro l’angolo, peraltro, c’è un nuovo focolaio di terrorismo internazionale, in un tutti contro tutti che vede contrapposti talebani, Isis e Al Qaeda tra loro ma con l’Occidente nel mirino comune. Bel capolavoro, dunque, quello che si sta realizzando.

“Ma il futuro dov’è?”, si chiede nella prefazione un prete di trincea dal meridione, lì dove ci si interroga quasi sugli stessi temi da decenni, amaro paradosso della civilissima Italia. “Cosa riserva la storia del paese dopo che tutti saranno partiti?”, è la domanda di Padre Antonio De Luca. Non parla del Sud, ma dell’Afghanistan. E si fa la stessa domanda che forse si era posto qualche anno fa quando vedeva chiudere industrie e partire giovani, abbandonati da chi aveva promesso ricostruzioni e resurrezioni spacciandosi per alleato.

 

 

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