Draghi è un “Conte che parla poco”. Giustizia e Green pass ci dicono che SuperMario non c’è più

venerdì 6 Agosto 9:12 - di Lando Chiarini
Draghi

Tranne il Foglio e qualche altra testata, pochi giornali hanno commentato il dietrofront del governo Draghi sulla nomina di Ugo de Carolis alla guida dell’Anas. A risultare fatale al manager – curriculum da vero rianimatore di aziende moribonde – è stato il “no” di Danilo Toninelli. Avete letto bene: Toninelli. Che cosa non sia andato giù al superconcentrato ex-ministro è presto detto: de Carolis viene dai Benetton, il gruppo che aveva in gestione il Ponte Morandi di Genova crollato tre anni or sono. Con Autostrade e con Aspi non ha mai avuto a che fare, ma poco importa. A Toninelli interessava solo uno scalpo da esibire e Draghi glielo ha graziosamente concesso.

Da Draghi troppe mediazioni

Una storia come tante, certo. Ma che ben illustra l’avvenuta normalizzazione dell’esecutivo in carica e il suo rinculare verso prassi ordinarie, tipiche dei governi di coalizioni: trattative, veti e compensazioni. Lo abbiamo visto prima sulla giustizia e poi sul Green Pass. Un aborto nel primo caso e un simil-obbligo vaccinale in comode rate (anticipo ad agosto e saldo a settembre) nel secondo. Ma così son bravi tutti. Non c’era certo bisogno di SuperMario per accontentare i 5Stelle sul ddl Cartabia o per andare incontro a Salvini sul lasciapassare verde o, peggio ancora, per sottostare al diktat di Toninelli. Una maggioranza così ampia ha senso solo se consente a chi la guida di cambiare passo. Draghi scontenta la destra? Lo soccorrerà la sinistra. E viceversa. E se scontenta tutti, peggio per loro, perché può piantarli in asso e lasciarli in braghe di tela.

Come il duca di Wellington

Non era forse questo il significato sotteso al varo del governo con  “tutti dentro“? Non fu forse per sottolineare lo stato d’eccezione che Mattarella si appellò a «tutte le forze del Parlamento»? E così era sembrato in un primo momento, con Figliuolo in divisa e il premier sulla tolda di comando. Ora è scattata una seconda fase, e il decisionista si è fatto bilancino delle esigenze dei partiti. Vengono in mente le parole del duca di Wellington al suo esordio da primo ministro di Sua Maestà britannica: «Sono entrato per dare ordini e ho ricevuto consigli». L’uomo che aveva sconfitto Napoleone a Waterloo si era arreso alla logica della mediazione. Draghi sta facendo altrettanto. Tutto normale, ci mancherebbe. Ma almeno non chiamatelo più SuperMario.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *