Barbie, scatta la gogna social: nessuna asiatica nel “team” per Tokyo 2020. Bufera sulla Mattel

martedì 10 Agosto 15:26 - di Priscilla Del Ninno
Barbie

La Barbie dagli altari della gloria imprenditorial-culturale alle poveri polemiche scatenate dai social: nessuna asiatica nel “team” Mattel per le Olimpiadi. Nessun prototipo ad hoc nella celebre galleria delle più amate e discusse declinazioni giocattolo della figura femminile per solennizzare l’evento dell’anno ospitato da Tokyo. E così, da Twitter a Instagram, parte la crociata contro la controversa icona bionda che, tra i tanti primati raggiunti, figura tra i «31 giochi preferiti di sempre». Contro un simbolo che, tra gioco e marketing, ha intrecciato percorsi pubblicitari ed evoluzione sociologica, in alcuni casi precorrendo addirittura mode e tendenze culturali. Preconizzando conquiste sociali ancora di là da venire…

Nessuna asiatica nel team Barbie per Tokyo 2020: Mattel nella bufera

Insomma, un must del mainstream, che oggi si rivolta contro una delle sue creature più rigorosamente ascrivibili al politically correct. Nessuna asiatica nel “team Barbie” per le Olimpiadi?. E la mitica bionda finisce nella bufera. E con lei la casa madre, la Mattel: che tra le cinque bambole realizzate in occasione dei Giochi olimpici di Tokyo non ne ha pensata nemmeno una con i tratti asiatici. Eppure, l’azienda di giocattoli, seconda solo alla Lego per fatturato, ha collaborato con il Comitato olimpico internazionale (Cio) e con gli organizzatori di Tokyo 2020 per la realizzazione delle bambole. Ognuna di loro rappresenta i cinque nuovi sport che sono stati inseriti al programma olimpico quest’anno: baseball/softball, arrampicata sportiva, karate, skateboard e surf.

Barbie e la produzione speciale per Tokyo 2020

«Tokyo 2020 è un evento enorme che unisce il mondo attraverso lo sport e ispira i tifosi di tutte le età», ha scritto il Chief Franchise Officer di Mattel Janet Hsu in un comunicato stampa. «La collezione Mattel Tokyo 2020 onora questi sport e ispira una nuova generazione attraverso lo spirito olimpico e l’eccezionale tradizione atletica», ha aggiunto. Tutto scrupolosamente iconoclastico. Peccato che i social media si siano accorti dell’assenza di una Barbie asiatica. Nonostante l’azienda di El Segundo avesse parlato del tentativo di promuovere «innovazione e inclusività»… Due imprescindibili coordinate di riferimento da sempre nello sconfinato viaggio intergenerazionale della mitica bambola. Un iter perennemente in corso.

Bufera sui social: scatta la gogna e la congiura mediatica

E così, scatta la gogna social. Numerose le proteste su Twitter e Instagram, dove è stata espressa delusione. Amarezza. Indignazione e, a tratti, persino sgomento… Un polverone polemico arrivato persino alla soglia di casa del commissario della contea di Macomb nel Michigan, Mai Xiong, emigrata negli Stati Uniti come rifugiata Hmong all’età di tre anni. La quale, all’apice del risentimento, ha twittato: «Non comprerò bambole Barbie per le mie due bambine. Nessuna»…

Utenti, artisti e addetti ai lavori addirittura furibondi e sgomenti

Fosse solo lei, peraltro: in molti, dopo i suoi tweet furibondi, si sono associati alle proteste. In tanti si sono anche chiesti come la Mattel abbia potuto dimenticare una Barbie asiatica proprio con i Giochi ospitati a Tokyo. «La Mattel rende gli asiatici americani invisibili mentre pubblicizza la “linea di bambole più diversificata di sempre”, mettendo in evidenza un paese asiatico con una Barbie in uniforme di karate giapponese. O marchiando ogni bambola “Tokyo official”», ha twittato l’artista americano giapponese Drue Kataoka. Anche lui, a giudicare dai toni, sul risentito spinto…

Il tam tam sul web inneggia al boicottaggio

Eppure le premesse c’erano tutte. Settimane prima della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo, la Mattel ha messo in commercio una Barbie modellata sulla tennista giapponese Naomi Osaka come parte della serie “Role Model”. La bambola, tanto per dirne una, è andata esaurita poche ore dopo essere stata messa in vendita. Ma neanche questo può bastare. E oggi come oggi, il tam tam sul web inneggia al boicottaggio e diffonde fumi di guerra social. Tempi duri per Barbie: la bambolina filiforme nata dall’intuizione geniale di Ruth Handler.

Barbie prostrata dal “politically correct”

E, ironia della sorte, costruita proprio in Giappone, nel suo primo anno di “vita” imprenditoriale. Lei, astronauta quattro anni prima che Neil Armstrong mettesse piede sulla Luna. Chirurgo nel 1973, quando ancora oggi per una donna accedere alla sala operatoria è impresa ardua se non impossibile. Biologa, mamma e manager, ambasciatrice, rock star, pilota, ballerina e diva che, al passo coi tempi, è arrivata anche a tatuarsi. Eroina di battaglie ecologiste, curvy o disabile all’occorrenza. Col burqa o con la testa rasata, in edizione speciale per i reparti oncologici, fin qui la Mattel ha pensato a tutto. Ma oggi, affronta la sua prima, vera, battuta d’arresto. Con la sua eroina iconologica costretta a inchinarsi alla diplomazia interculturale e al politically correct che nel disciplina i protocolli…

 

 

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