In ricordo di Nicolò Amato, l’uomo che seppe davvero portare lo Stato all’interno delle carceri

giovedì 22 Luglio 18:44 - di Enrico Sbriglia
nicolò amato

Caro Direttore,

oggi per me è “dies nigro signando lapillo”, è una giornata tra le più tristi.
Alcune ore fa avevo appreso da una cara amica, come me componente del Centro Europeo di Studi Penitenziari di Roma (www.cesp-europa.org), la notizia della morte di Nicolò Amato, un’icona enorme nella mia piccola storia umana e professionale.

Era stato il mio “Capo”, con lui ebbi anche qualche scontro a causa della mia inesperienza professionale, irruenza e giovane età, ma seppe sempre mostrarsi comprensivo e capace di sorridere. Era “diretto” il mio Capo, conosceva il diritto, ma sapeva anche leggere dietro le righe, dietro le apparenze, dietro le ipocrisie. Le sue non erano “lettere circolari” o meri provvedimenti di natura amministrativa, erano delle liriche alla legalità ed il richiamo continuo per noi operatori penitenziari a tenerne conto. Era, insomma, un grande Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, all’interno del quale una comunità vasta di uomini e donne, sia in uniforme di polizia penitenziaria che come specialisti del trattamento e della rieducazione, cercavano di dare un senso, il senso, ad un sistema dell’esecuzione penale che era prima di lui, e sta purtroppo tornando ad essere con i fatti di Santa Maria Capua Vetere, quello descritto dal film del 1971, con protagonista Alberto Sordi, del Detenuto in attesa di giudizio.

Nicolò Amato, con i suoi insegnamenti tradotti in precise indicazioni anche di natura organizzativa ed operativa, ha forgiato la mia formazione teorica e pratica, facendomi innamorare del mio lavoro di operatore penitenziario.  Tanto è accaduto con la generalità delle mie colleghe e dei miei colleghi, coinvolgendo tutti gli operatori penitenziari di ogni comparto specialistico e amministrativo e quanti erano stati, finalmente, smilitarizzati, dando vita al corpo civile della Polizia Penitenziaria. Il suo continuo richiamo alla «forza della ragione piuttosto che alla ragione della forza» ha illuminato, come un faro in un mare oscuro e sempre tempestoso, la mia azione e la mia carriera per quasi quarant’anni, vissuti nelle carceri e dirigendo diversi istituti penitenziari e, da Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, tante realtà territoriali, dal Piemonte alla Valle d’Aosta, al Triveneto alla Sardegna, dall’Emilia Romagna alle Marche, consentendomi, seppure stanco e logorato, di poter ogni sera concedermi poche ore di sonno quiete, ristoratrici.

Con lui il sistema penitenziario si era davvero umanizzato in termini “seriali”, come metodo e sistema di governo delle carceri, con lui la forza era avvolta da un guanto di velluto ed esibita, ma non necessariamente agita, nelle occasioni più importanti di criticità penitenziaria (vedasi la rivolta di Porto Azzurro nel 1987 e l’opera di intelligente mediazione che in prima persona riuscì a svolgere, evitando che la stessa si traducesse in un massacro, così come ancora ci ricordava la tragedia nel carcere di Alessandria del 1974). Con lui, anche nei momenti più critici (erano quelli anni di terrorismo rosso e nero, nonché di guerre all’ultimo sangue tra cosce criminali della camorra e delle altre criminalità organizzate, con teste mozzate e auto esplose) lo Stato all’interno delle carceri non si piegò, ma neanche si vendicò, perché la vendetta non è rispettosa dei principi di legalità e trasforma il tutto in una reciprocità di ulteriori barbarie.

Ci mancherà, ci mancherà il suo sguardo profondo, finanche indagatore, ma sempre sincero e capace di dare soluzioni.

Enrico Sbriglia
Presidente Onorario del Centro Europeo di Studi Penitenziari

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