Casalesi, scarcerato il mandante dell’omicidio di don Diana. Lo sdegno dei parenti del sacerdote

venerdì 30 Luglio 20:54 - di Redazione
Casalesi

Fa discutere la seconda scarcerazione eccellente in un anno tra le file del clan dei Casalesi. Dopo quella di Pasquale Zagaria, «mente economica del clan», poi tornato in cella e libero definitivamente dal febbraio scorso, due giorni ha lasciato la cella Nunzio De Falco, 71 anni, detenuto da 24. A spalancargli le porte del carcere di Sassari e a mandarlo ai domiciliari, sarebbero gravi motivi di salute. Il boss doveva scontare due ergastoli, uno dei quali per essere stato il mandante dell’omicidio di don Giuseppe Diana, il sacerdote di Casal di Principe ucciso il 19 marzo 1994 perché aveva incitato la cittadinanza a reagire al potere arrogante della cosca.

Nunzio De Falco è un boss del clan dei Casalesi

Il killer Peppe Quadrano lo freddò nella sua parrocchia mentre si apprestava a dire messa. Una modalità altamente simbolica e quindi scientemente voluta dal clan dei Casalesi. De Falco sarebbe in fin di vita. Da qui la decisione del magistrato di sorveglianza di mandarlo a Villa Literno, sempre nel Casertano presso alcuni parenti. Una decisione fortemente criticata dai familiari di Don Diana. «Probabilmente mio fratello, da prete, avrebbe perdonato. Ma io non sono un prete e non perdono un assassino come Nunzio De Falco. Doveva morire da solo in cella, come accadde a mio fratello», ha sbottato Emilio Diana.

Emilio Diana: «Doveva morire in carcere»

«Non ce l’aspettavamo – ha aggiunto -. Invece potrà morire con l’affetto dei suoi familiari, cosa che mio fratello non ha avuto. È questa la cosa che mi fa star più male». Di «notizia sconcertante» parla invece il Comitato Don Diana, attivo nella gestione dei beni confiscati al clan dei Casalesi. «La sua scarcerazione – si legge in una nota del Comitato – nasce da specifiche regole ma suona come un’ingiustizia per la memoria di Don Diana e di tutte le vittime innocenti di camorra. Soprattutto perché non c’e’ stata nessuna confessione o pentimento, né richiesta di

alla famiglia».

 

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