Sentenza Eni, i giudici bacchettano i pm di Milano e il “Fatto” di Travaglio fa l’indiano

giovedì 10 Giugno 16:42 - di Marzio Dalla Casta
Travaglio

Neanche al più abile degli illusionisti sarebbe venuto meglio il gioco di prestigio riuscito a Marco Travaglio nell’occultare la madre di tutte le notizie. E dire che non riguardava missioni spaziali, neuroscienze o esoterismi e affini. Al contrario, si trattava di materia più che succulenta per il palato del Direttore, addirittura il core business del Fatto Quotidiano: la cronaca giudiziaria. Carte bollate, requisitorie e tintinnio di manette, si sa, esercitano su quella redazione la stessa attrazione del latte materno sui poppanti. Dai tribunali succhiano ogni giorno e, quando occorre, anche più volte al giorno. Stupisce perciò che il Fatto oggi in edicola nulla riferisca sulla deposito della sentenza Eni del 17 marzo scorso.

Ieri le motivazioni della sentenza di assoluzione

Ricordate (Travaglio certamente)? È quella con cui il tribunale di Milano mandò assolti con formula piena tutti gli imputati. Tra questi anche Scaroni e De Scalzi, già ad e presidente di Eni, accusati di aver corrotto con una maxi-tangente mezzo governo nigeriano. Bene, sorpresa fra le sorprese, nelle motivazioni rese note ieri si legge che i giudici non si sono limitati ad assolvere i presunti rei, ma hanno anche bacchettato la Procura. E non certo per qualche storia di ordinario disguido. Ma – udite udite! – per aver omesso di inserire nel fascicolo un filmato girato di nascosto dall’avvocato Piero Amara in cui, due giorni prima di parlare ai pm, l’accusatore Vincenzo Armanna annuncia a voce alta l’intenzione di seppellire i vertici dell’Eni sotto una «valanga di merda». Il motivo? I giudici non hanno dubbi: pianificare «un ricatto ai vertici della società petrolifera».

Travaglio glissa sulla censura del Tribunale alla Procura

Bene, anzi male perché di tutto questo benididdio sul giornale di Travaglio non c’è traccia. Possibile che abbia “bucato” una enormità del genere? Magari. È ancora peggio: il pezzo sulla sentenza Eni c’è. E reca pure la firma di Gianni Barbacetto, non esattamente uno di passaggio. La sua penna è solitamente acuminata. Ieri, invece, si è rivelata desolatamente spuntata. E legnosa. Tanto da riuscire a scrivere delle motivazioni sulla sentenza senza neppure accennare al video “dimenticato” dalla Procura. Bello, no? Se fosse reato, chiederemmo a Travaglio se sapeva del gioco di prestigio di Barbacetto. Anzi, con formula a lui più familiare, se poteva non sapere. Ma reato non è. È solo mancato rispetto dei propri lettori. Certo, il direttore di un giornale fa le sue scelte. E Travaglio non fa eccezione. Speriamo almeno che la pianti con la storiella del giornalista senza padroni perché, come è chiaro, ognuno ha i suoi.

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