Parla la mamma di Seid: “Ma quale razzismo, il disagio di mio figlio è nato col lockdown” (video)

lunedì 7 Giugno 16:34 - di Guido Liberati

“Durante il lockdown Seid era chiuso in una stanza a Milano, 24 ore su 24. Ed è là che è iniziato il suo disagio”. Stavolta parla la mamma del giovane di origini etiopi che si è tolto la vita a 20 anni, nella sua casa di Nocera Inferiore.

La signora rivela degli aspetti finora inediti del disagio psicologico del figlio adottato a 7 anni, che era in terapia da quando ne aveva 14, ed era seguito da una psicoterapeuta.  A una emittente campana, madre e padre di Seid raccontano vicende che purtroppo hanno accomunato molti altri adolescenti e giovani, in questi mesi di pandemia.

Il padre di Seid: “Quel post su Facebook di 30 mesi fa non c’entra niente col suicidio”

“Voglio precisare ancora una volta che Seid non ha fatto quel gesto per problemi razziali”. Lo ribadisce Walter Visin, padre adottivo di Seid Visin, l’ex calciatore di origini etiopi con trascorsi anche nelle giovanili del Milan. Intervistato da Telenuova, Walter Visin ha ricordato che l’atto d’accusa scritto da Seid contro il razzismo e letta durante i suoi funerali “è stata scritta tanti anni fa. Mio figlio – racconta il padre – lottava contro le discriminazioni razziali di tutti i generi. Non faceva niente per sé, faceva per gli altri”. Walter Visin ha annunciato la volontà di dare un seguito alle idee contenute in quella lettera attraverso un progetto rivolto ai giovani “per aiutarli ad essere forti. Noi adulti, la politica, non siamo bravi, siamo egoisti. I giovani quindi devono essere forti per lottare come ha fatto Seid”.

La mamma di Seid: “Rinchiuso in una stanzetta per un anno”

All’emittente ha parlato anche la madre, che ha posto l’accento “sull’isolamento che i ragazzi hanno vissuto” durante la pandemia, raccontando anche di come Seid avesse vissuto con difficoltà il lockdown trascorso a Milano, dove studiava giurisprudenza alla Statale, “chiuso 24 ore su 24 in una stanza nello studentato. Quello che dobbiamo fare è non lasciare i ragazzi da soli, devono stare insieme, socializzare”.

La mamma di Seid ha raccontando come, nei primi anni di permanenza in Italia, il ragazzo “non voleva neanche sentir nominare l’Etiopia, non voleva saperne nulla. Ha sempre dichiarato in giro di essere nato in questa famiglia. E’ stato felice finché è stato un bambino. Quando ha iniziato a crescere – ha aggiunto – gli è tornato addosso tutto il passato, ha iniziato a essere più riflessivo, ha iniziato a vivere un disagio. Si è attivato, era un paladino della giustizia, infatti si è iscritto a giurisprudenza nonostante io cercassi di indirizzarlo altrove. Lui credeva nella giustizia”.

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