Olympe de Gouges, la donna mandata al patibolo da Roberspierre: biografia di Maricla Boggio

mercoledì 23 Giugno 19:39 - di Rocco Familiari

Di una donna, e di una scrittrice, come Maricla Boggio, in anni pre-metoo avrei scritto, convinto di farle un complimento, che possiede una forza “virile”… Oggi, con maggiore consapevolezza del reale valore dell’“eterno femminino” (come si definiva un tempo), e anche con maggiore onestà intellettuale, dirò che soltanto una donna della sua sensibilità, intelligenza, cultura, passione civile poteva scrivere un libro come questo (ben curato, appena pubblicato da Bulzoni, con un ricco corredo iconografico), su una, per troppo tempo misconosciuta, eroina dell’emancipazione femminile, autrice di infiammati pamphlet e di testi teatrali “impegnati”.

Maricla Boggio non è nuova peraltro a imprese del genere. La sua imponente bibliografia (più di 70 opere teatrali pubblicate e rappresentate, una serie di saggi e filmati, a volte con l’antropologo Luigi Lombardi Satriani, su personaggi in qualche modo “eccentrici” rispetto alla cultura ufficiale – Natuzza Evolo per esempio) ne fa un’autrice imprescindibile nel panorama della drammaturgia e saggistica attuali. (Maricla Boggio, OLYMPE DE GOUGES al tempo della Rivoluzione, Bulzoni editore, 2021, euro 21,00). Da mettere in particolare evidenza i cinque volumi, anch’essi pubblicati da Bulzoni (editore benemerito come pochi) sul suo Maestro all’Accademia d’Arte Drammatica, e Maestro di buona parte dei teatranti italiani di ieri e, discendendo per li rami, di oggi, Orazio Costa Giovangigli.

La sua Olympe des Gouges è un’opera dalla struttura assai composita, che “si sviluppa secondo differenti parametri espositivi” – questa la dichiarazione d’intenti della Boggio – come si evince anche dall’articolato indice: è, al contempo, un rigoroso saggio storico, un’accurata biografia del personaggio, un romanzo, e anche un testo teatrale. Solo una scrittrice della sua forza poteva permettersi di fondere insieme, e dominare, generi così eterogenei. Il lavoro l’ha impegnata parecchi anni, per la ricerca della copiosa documentazione, la cui attenta analisi le ha consentito di penetrare a fondo nella personalità di un’importante e poco nota protagonista di un momento storico assai particolare, quello nel quale presero forma definitiva i valori che oggi riconosciamo come essenziali per la sopravvivenza stessa delle democrazie europee. Il prezzo pagato da Olympe per le sue battaglie in difesa degli emarginati e delle donne – ciò per cui viene generalmente ricordata – fu assai caro: il patibolo. Quasi evocato in una celeberrima frase: “La donna ha diritto a salire sul patibolo, essa deve avere ugualmente quello di salire sulla Tribuna.”

Sotto il profilo storiografico il libro, rigorosamente condotto sugli scritti di Olympe, “ricevuti”, come tiene a sottolineare con scrupolo l’autrice, “in fotocopia dagli originali, attraverso il Centre National de pret de la Grande Ecurie du Roy, conservati a Versailles”, si pone accanto, spesso superandoli, alle ricerche degli storici di professione che si sono occupati della De Gouges.

La biografia di Olympe, un’instancabile lottatrice, ricostruita con partecipazione umana, ma sempre con il dovuto distacco della studiosa, non soltanto ci restituisce le molteplici sfaccettature di un personaggio di enorme interesse, ma, dosando opportunamente i dati storici e le notizie ufficiali, con un’aneddotica mai banale e con i punti di vista dei suoi contemporanei (la ricca appendice riporta gran parte del materiale consultato) ci inchioda alla pagina. Questo per merito, ovviamente, delle capacità di narratrice di Maricla Boggio che “monta” l’abbondante ed eterogenea documentazione con sapienza costruttiva, “romanzando” la vicenda, al modo dei classici specialisti del settore, da Dos Passos a Werfel, a Zweig, per citare solo alcuni dei più famosi.

Ma il vero colpo di genio (che è anche, se si vuole, un coup de theatre) del libro, che lo rende un unicum nel genere, è l’inserimento di dialoghi – quattordici scene, una vera e propria commedia – assolutamente inventati, ma anche del tutto plausibili, con cui Maricla rende viva, come soltanto il teatro sa e può fare, la protagonista della sua ricerca. E qui viene fuori in pieno il suo collaudato talento drammaturgico: il personaggio-Olympe è di gran lunga più “autentico” nella parole che le presta la Boggio, che non in quelle dei suoi stessi pamphlet o dei suoi testi teatrali, anche perché, a onor del vero, come commediografa, almeno a giudicare dagli ampi stralci riportati nel libro, Olympe è piuttosto modesta, interessandole più l’aspetto “strumentale” del teatro, come mezzo cioè di denunzia delle ingiustizie (i negri sfruttati nelle piantagioni, le donne, i lavoratori) che non di forma espressiva, di “arte”.

Olympe ha inoltre conosciuto e frequentato una serie di personalità, nobili e meno nobili, pensatori e “inconsapevoli”, rivoluzionari e conservatori, libertini e “ipocriti”, femmes savantes e femmes de chambre, cioè la composita società del suo tempo, e forte era la tentazione di mettere in scena pezzi di quel mondo, ragion per cui Maricla Boggio, memore del famoso epigramma wildiano che “solo alle tentazioni non si può resistere”, non ha resistito…, regalandoci così scorci di vita “ricostruita”, più vera del vero. Una delle scene più riuscite, e anche più dense – ma sono tutte mirabili per eleganza di scrittura e capacità evocativa – è la “Scena delle prove in casa di Voltaire”, la XIV e ultima del suo lavoro sui “Voti forzati”, dove mentre il grande scrittore sta dirigendo gli attori che devono interpretare la sua opera, irrompe Olympe, dopo avere, secondo l’efficace descrizione della Boggio, con i suoi “occhi imperiosi”, reso vani i tentativi del “portiere gallonato” di “contrastarne l’andatura veloce”.

Può assistere così a una parte delle prove, apprezzando lo stile di Voltaire che “non strilla, come i registi della Comèdie”, pur se scontento del modo con cui gli interpreti rendono i suoi versi, e, dopo che l’autore, stanco e sfiduciato, li congeda, esporre al paziente e incuriosito filosofo i suoi progetti, meglio le sue aspirazioni. E’ un pezzo di grande efficacia, per la capacità di rendere vivi e attuali personaggi appartenuti a un mondo remoto e. al tempo stesso, illuminare di scorcio, mettendone in risalto il carattere impetuoso, volitivo, ma anche fragile e delicato, una donna per nulla semplice come Olympe. Non facilmente decifrabile e spesso irritante per le sua provocazioni, la sua iattanza, la volontà prevaricatrice in un mondo che stava riformandosi radicalmente e, pur riconoscendo alle donne un ruolo da co-protagoniste, non riusciva però a perdonarne i tentativi di superare quello che rimaneva pur sempre un limite invalicabile: la pretesa di sostituirsi agli uomini nel governo della società. Che si trattasse di donne armate di spada o di penna, sante o puttane, l’esito era quasi sempre scontato: il rogo o il patibolo.

Quello sul quale salì anche Olympe, condannata da Robespierre come “nemica della Repubblica” o del “popolo”, entità concreta, carnale e al contempo astratta, in nome della quale si sono compiute le più efferate infamie. Dice Maricla Boggio: “voleva essere come un uomo. Restando donna. Attribuendo alla donna i diritti degli uomini. Ma come donna.” E questo era, e forse è ancora oggi, stando alla triste cronaca dei quasi quotidiani “femminicidi”, imperdonabile. E la contraddittoria situazione psicologica in cui versa, è descritta da Olympe stessa in un monologo di grande forza intitolato “Ma che cosa sono io?”, che val la pena riportare pressoché integralmente (nella bella traduzione dell’autrice del saggio):

Ma che cosa sono io? Un animale diverso.
Né uomo né donna. Ho tutto il coraggio dell’uomo
e qualche volta le debolezze delle donne.

Sono fiera, semplice, leale. Sono
Sensibile… Che cosa voglio? L’uguaglianza…
quella che mi è mancata fin da bambina…
e che è la prima condizione della vita.
E per questo mi batto, ora che posso farlo.
Ora che ho sopportato abbastanza
di fare da buffone agli uomini
e che il guadagno che ne ho avuto
mi consente di affrancarmi da questa schiavitù.
Ha ragione Voltaire: perché far divertire gli altri,
piegarsi ai loro capricci, faticare tutto iil giorno senza essere se stessi,
e alla fine averne… che cosa?
Soltanto un breve inchino… un baciamano…
una fetta di arrosto nel piatto… un nastro in seta di Bordeaux…
Lascerò liberi i capelli…
Non più parrucche e montature…
acconciature di pizzi e piume…
Possano i miei pensieri sgusciare fuori dalla mente
e farsi avanti nel mondo…”

 

 

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