Così il libro della Meloni stronca Rula Jebreal: «Difficile confrontarsi con una tanto scarsa»

martedì 1 Giugno 16:19 - di Lando Chiarini
Meloni

Patria vsPaese”, Europa vs Ue, identità vs globalismo. Tutto si potrà dire del libro di Giorgia Meloni tranne di essere avaro di spunti meritevoli di ulteriori approfondimenti, possibilmente non banali. L’informazione, si sa, ha le sue esigenze, per cui è fatale che le recensioni di un’autobiografia di una leader politica in ascesa finiscano per illuminare soprattutto gli aspetti più intimistici o quelli maggiormente legati all’attualità. Estinta la razza degli elzeviristi e relegata in fondo al giornale la mitica terza pagina di un tempo, quella dedicata alla cultura, il racconto della politica – complice anche l’eclissi delle ideologie del ‘900 – ha finito per esaurirsi in un presentismo asfittico e del tutto privo di fascino presso le giovani generazioni.

Troppi silenzi sui temi “alti” posti dalla Meloni

Se così non fosse, più che contare quante volte la Meloni avesse citato il fascismo, Gad Lerner avrebbe potuto sollevare il dibattito sull’attualità delle categorie di destra e sinistra e su come le stesse si riflettano nei rispettivi linguaggi. È solo un esempio, ma utile a capire come il giornalismo, anche quello più celebrato, finisca per alimentare le carenze da esso stesso denunciate. Nella fattispecie, l’impoverimento del dibattito politico. Il linguaggio, si diceva. Il libro ne sottolinea il peso che esercita sulla categorie della politica, fino a separarle. «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra», cantava Giorgio Gaber. “Patria è destra, Paese è sinistra”, sembra rispondergli la Meloni. Nel senso che mentre il secondo si limita ad indicare un «insediamento umano», la prima descrive «un territorio abitato da un popolo al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni».

«Quella volta a PiazzaPulita…»

Una summa divisio da cui, a cascata, scaturiscono posizioni, tesi e soluzioni a dir poco diverse rispetto alle sfide del nostro tempo, a cominciare – ad esempio – dall’immigrazione. Ecco, se il confronto politico si fondasse sul reciproco riconoscimento della dignità culturale e non sulla criminalizzazione di ogni forma di dissenso rispetto alle coordinate “ideologiche” imposte dal mainstream, una posizione sull’accoglienza dei migranti improntata a prudenza, programmazione e preminenza dell’interesse nazionale non verrebbe rubricata come razzismo. Eppure, è esattamente quel che accade nei talk-show, molto spesso grazie a veri professionisti dell’invettiva senza senso come Rula Jebreal. «Non è facile tentare di fare un discorso serio con qualcuno così scarso», scrive di lei la Meloni. Un giudizio severo, certo, ma che sicuramente incrocerà il gradimento di quanti ancora ne ricordano l’incredibile performance a PiazzaPulita, all’indomani della vittoria elettorale di Donald Trump.

La Meloni: «L’Europa è molto più dell’Ue»

In pochi secondi, davanti ad un’incredula Meloni, la giornalista scaricò sul neo-presidente Usa fascismo, nazismo, camere a gas, sterminio degli ebrei, suprematisti bianchi e Ku Klux Kan. Un delirio. Ma identico copione vale per l’Europa. Per la destra è molto più dell’Ue. Infatti, ne trova molto di più nella cattedrale francese di Notre-Dame che nel comunitario Palazzo Berlaymont di Bruxelles. Perché l’Europa non è un acronimo ma una weltanschauung, è visione del mondo. Di più, è una koinè basata sulla libertà e sulla separazione netta tra legge civile e precetto religioso. I suoi pilastri sono la filosofia greca, il diritto romano e la religione cristiana. Non per niente è la Croce il simbolo che la unisce dall’Atlantico agli Urali, così come dall’Artide a Pantelleria.

Il sovranismo contro la deriva della postdemocrazia

Ma il principio di realtà – altro tratto che immunizza la destra dal feroce utopismo della sinistra – impone di prendere atto che l’Europa è anche terra di differenze e che è difficile, se non proprio impossibile, federare in un’unica entità 27 Stati, ciascuno con una propria lingua. Potrebbe farlo un impero, non certo la tecno-burocrazia di Bruxelles. Domanda: è possibile sostenere queste tesi senza incorrere nelle scomuniche degli zelanti sacerdoti del politically correct? O dobbiamo forse rassegnarci a vivere in un recinto dove ciascuno può dire tutto purché quel tutto corrisponda ai dettami del mainstream culturale? Non è fantapolitica. È una tendenza in atto da decenni e si chiama post-democrazia. L’ha teorizzata Colin Crouch, un politologo britannico, non un pericoloso naziskin. «La politica – scrive – viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».

Riaffermare il primato della politica

Alla luce di queste inquietanti parole, che cos’è in fondo il sovranismo se non il tentativo – confuso, immaturo e contraddittorio quanto si vuole – di far recuperare ruolo e protagonismo alle istituzioni politiche nazionali nell’interesse dei governati? È il motivo per cui, nella sua essenza, il sovranismo è soprattutto riaffermazione del primato della politica sulla base della legittimazione popolare. Un crisma che ne fa l’unico potere etimologicamente responsabile, cioè in grado di rispondere direttamente ai cittadini. È la sfida del nostro tempo. La destra, come ha ben evidenziato la Meloni, ha compiuto la sua scelta di campo. L’auspicio è che il suo libro riesca ora a sdoganare questi temi. Per dibatterne senza più anatemi e sorrisetti fuori luogo.           

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