Centrodestra, le unioni a freddo non funzionano. Non vanno ripetuti gli errori del passato

lunedì 14 Giugno 12:10 - di Mario Bozzi Sentieri
centrodestra

I processi di “unificazione” non hanno mai portato fortuna ai partiti italiani. Sia a sinistra che a destra. Sul primo versante, “storico” il tentativo di porre fine alla spaccatura socialista tra massimalisti e riformisti. Era il 1966, a metà della quarta legislatura, segnata dai primi  governi organici di centrosinistra, nei quali i socialisti avevano assunto dirette responsabilità ministeriali. Con l’elezione, il 28 dicembre 1964,  alla Presidenza  del socialdemocratico Giuseppe Saragat, sembravano essere venuti meno i dissidi tra il Psi (di orientamento  massimalista) e il Psdi   (social riformista). Il 30 ottobre 1966 nacque il Psu (Partito socialista unificato) espressione delle due anime socialiste. Fu un “fritto misto all’italiana”,  con richiami formali al marxismo e alla “lotta contro il sistema capitalista”, ma con una chiusura verso l’estrema sinistra comunista. Resse a malapena due anni. Dopo le elezioni del 19 maggio 1968, i due partiti “unificati” tornarono, nel 1969,  a dividersi, avendo preso  meno voti di quanti ne avevano ottenuti  presentandosi separatamente.

Centrodestra, quel progetto del Pdl…

A destra il grande progetto unitario fu il Popolo della Libertà (PdL), lanciato da Silvio Berlusconi sul “predellino”,  il 18 novembre 2007, a Milano, in Piazza San Babila. Dopo vari tira e molla il nuovo partito “unitario” venne fondato il 29 marzo 2009, attraverso l’unione di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e di vari raggruppamenti di area liberal-riformista e cattolica. Come andò a finire è noto. Al successo elettorale del 2008 non corrispose una conseguente e coerente azione di governo. L’auspicato “partito della riforma dello Stato per modernizzare l’Italia” rimase sulla carta, mentre ad emergere furono le divisioni interne, con la nascita di Futuro e Libertà, guidato da Gianfranco Fini, ed il rilancio di Forza Italia, fuori dal PdL.  La Lega Nord allora si tenne ai margini del progetto unitario, partecipando al governo guidato da Berlusconi, ma conservando la propria autonomia politica.

Tre gruppi in Europa

Pur  nel mutare dei contesti politici e dei numeri parlamentari, oggi pare di sfogliare  un copione già letto. Federazione di centrodestra, gruppi unici in Parlamento, liste unitarie per le prossime politiche: questi gli auspici della vigilia, subito rettificati da chi – in casa di Forza Italia – vede sbiadirsi l’identità, liberale e centrista.  E poi c’è l’Europa. Come  posizionarsi rispetto ai tre  gruppi di centrodestra europei – Id, Ecr e Ppe ? La Lega fa parte di Identità e democrazia, l’eurogruppo formato con Marina Le Pen e Alternative für Deutschland. Forza Italia è nel Partito Popolare Europeo. Due posizioni oggettivamente ben distinte, rimarcate peraltro dalle rispettive appartenenze storiche dei due partiti: la Lega dichiaratamente impegnata  a  promuove e sostenere  la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo; Forza Italia radicata nelle tradizioni democratiche liberali, cattolico liberali, laiche e riformiste europee.

Il paradosso dell’unione a freddo

Valgono ancora certe appartenenze ? E dove trovare il senso di un’identità comune e di comuni strategie politiche e programmatiche ? Il paradosso di questa “freddissima” unione/federazione è che di programmi comuni non si parli: tutti acquattati dentro il Governo Draghi senza grandi sprazzi di autonomia e proposte originali.  Non a caso l’idea “unitaria” non sembra entusiasmare gli elettori di centrodestra, laddove – secondo una recente indagine  Emg-Different  – Lega e Forza Italia uniti otterrebbero meno voti rispetto alle rilevazioni che li vorrebbero “disuniti”: 23,8 per cento invece del 28,5. A guadagnarci Fratelli d’Italia, che non a caso sta alla finestra, consapevole delle fallimentari esperienze “unitariste” del passato.

Non ripetere gli errori del passato

Berlusconi, che è uomo di grandi esperienze imprenditoriali, dovrebbe conoscere la strategia di diversificazione del brand (un tempo si diceva dei “marchi”) , secondo la quale alla singola azienda è utile moltiplicare i propri prodotti e servizi, andando a coprire più segmenti di mercato possibile. E’ proprio necessario ad un centrodestra dalle tante “anime” e dalle storie complesse ridurre l’ “offerta” elettorale ? E per fare che cosa ? Visti i risultati del passato la risposta appare scontata. Le identità politiche, per quanto sbiadite, piacciono agli elettori che in esse si riconoscono, immedesimandosi nei rispettivi leader. Gli errori compiuti, nel 2009, con la nascita del  PdL sono ben presenti alla nostra memoria. Ripeterli sarebbe veramente “diabolico” ed imperdonabile.

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