Sgarbi batte Davigo, nella causa per diffamazione il primo round va al critico d’arte

mercoledì 12 Maggio 11:20 - di Chiara Volpi
Sgarbi batte Davigo

Sgarbi batte Davigo. Nella partita giudiziaria che si gioca in quattro manches – tanti sono i procedimenti penali su cui il magistrato ha convocato in aula il critico d’arte – il parlamentare si è aggiudicato il primo round nel foro di Bologna: il giudice della “Dotta” ha assolto Vittorio Sgarbi nella causa per diffamazione intentata dall’ex toga di “Mani Pulite” per le sue affermazioni messe nero su bianco in un articolo dal titolo «Davigo e i detenuti dimenticati», pubblicato su Il Resto del Carlino nella rubrica “Sgarbi vs Capre”.

Sgarbi batte Davigo: vince in tribunale la causa per diffamazione intentata dall’ex pm

Una disquisizione in punta di fioretto in cui l’autore del pezzo scriveva: «La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. Ci trattano come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile. Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto». L’articolo riportava le drammatiche parole che Gabriele Cagliari rivolgeva ai suoi familiari, prima di suicidarsi in cella nel 1993, nell’ambito delle quali Sgarbi sferrava il suo attacco giornalistico a Davigo. Il quale, ritenendosi diffamato, ha querelato il critico presentando ben 4 ricorsi, tutti relativi ad altrettante versioni dello stesso articolo.

Un procedimento giudiziario spacchettato in 4 querele

L’articolo di Sgarbi, infatti, era stato rilanciato sia sull’edizione online «Quotidiano.net». Che sulle edizioni cartacee de «Il Resto del Carlino», «La Nazione» e “Il Giorno”. E così Davigo ha presentato le 4 distinte querele per diffamazione. Delle quali è arrivata oggi una prima sentenza che assegna il primo match al critico d’arte. La palla torna al centro. Così come il tema delle carcerazioni preventive, un argomento socio-politico sui cui Sgarbi si è dimostrato sempre molto sensibile, e rispetto al quale si batte fin dai tempi di Tangentopoli. Con tutte le declinazioni possibili sul giustizialismo manettaro e dintorni.

L’articolo “incriminato” riguardava il caso del suicidio di Cagliari in cella

Nello specifico, l’articolo di Sgarbi e le conseguenti querele di Davigo, riguardano il suicidio di Gabriele Cagliari, allora presidente di Eni. Un suicidio avvenuto nel 1993, dopo 134 giorni passati in cella a San Vittore. Un dramma, accusava Sgarbi, frutto del «metodo Davigo». Prima di vergare il suo j’accuse, ha spiegato il critico, «avevo visto, il giorno precedente, la trasmissione su Rai3 Agorà nella quale Davigo affermava: “Non ho mai riconosciuto alcun eccesso nell’uso della misura cautelare in Tangentopoli. Se abbiamo esagerato, è stato con le scarcerazioni”. E ancora: “Non ce ne doveva essere uno a piede libero, perché questi erano vent’anni che facevano così”».

Quelle parole di Sgarbi rimaste indigeste a Davigo

Parole che hanno indotto Sgarbi a parlare, nel suo pezzo rilanciato 4 volte, di «disgustoso cinismo». E a ricorrere alle parole del gip di “Mani Pulite”, Italo Ghitti, secondo cui «il vero reato di quei magistrati è di corruzione di immagine». Parole che non sono andate giù all’ex pm che, ritenendosi estraneo alle vicende e alle recriminazioni mosse da Sgarbi, (come ricorda Libero a riguardo, peraltro, il sostituto procuratore dell’epoca era Fabio De Pasquale), ha portato la questione in Tribunale. Questione su cui Sgarbi ha insistito a replicare a Davigo, dicendo: «Si è attribuito la paternità di quel metodo». E così la querelle si è alimentata di frase in frase. Di botta e risposta, animando una polemica «feroce e aspra», ma comunque legittima a detta del Tribunale di Bologna.

Sgarbi batte Davigo, i procedimenti ancora pendenti sullo stesso articolo

Una vicenda che rimane aperta: dopo la prima sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste», arrivata oggi e relativa all’articolo pubblicato sul quotidiano Il Resto del Carlino, pendono ancora davanti al Tribunale di Firenze e a quello di Milano altri procedimenti penali, riguardanti comunque lo stesso articolo. Rispettivamente, per quanto concerne la pubblicazione su La Nazione e quella su Il Giorno.

 

 

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