Migranti, dietro quelle foto “virali” c’è una realtà più complessa che nessuno racconta

sabato 22 Maggio 17:15 - di Hoara Borselli
Migranti

Oggi  il tema dei migranti torna ad essere preponderante e le immagini che raccontano le migrazioni entrano  nel nostro contesto quotidiano. Nell’interpretazione del «significato» che veicolano foto, appare necessario rilevare come esse siano  parti costitutive di una comunicazione molto più complessa ed eterogenea.
È semplicemente intuibile come la società odierna sia più attenta al significato immediato e primario dell’iconografia dello scatto, che a quello della scrittura come mezzo di comunicazione diretta. Ritroviamo fotografie di corpi, visi, abbracci , minori  davanti ai nostri occhi, figurazioni che mostrano senza dubbio la verità, ma non tutta la realtà.
C’è una storia più grande che esula da quell’autoscatto momentaneo e sul quale l’occhio umano il più delle volte non riesce a correre oltre, come se il mondo migratorio fermasse ogni suo drammatico esistere ad un istante impresso.

Immigrazione: cosa si nasconde dietro quegli ‘scatti’ virali

Dietro l’opportunità di mostrarci una sola realtà, c’è una narrazione molto più complessa da raccontare. Pensiamo alle foto che circolano nell’etere in questi giorni: quella impattante del bambino salvato in mare dall’agente a Ceuta o quella dell’abbraccio salvifico della volontaria della Croce Rossa. Immagini simbolo della crisi migratoria in corso in Spagna che hanno raggiunto in poche ore migliaia di like e commenti talvolta anche violenti. Questo in primis è da condannare. Ma dimostrano come uno scatto virale veicoli distonicamente una verità che non si ferma al primo impatto mediatico. Nascosti dietro queste fotografie, si celano mondi di soprusi, prepotenze,sfruttamento di persone disperate; che vengono usate come pedine all’interno di conflitti geopolitici e diplomatici riguardanti la propria terra ben più tragici e ampi. Nessuno che si dica essere umano dotato di cuore e anima può essere rimasto indifferente difronte all’immagine simbolo dell’invasione migratoria a Ceuta, al volto di quel neonato salvato dall’agente in mare.

Migranti, si parla sempre più di “soccorso” e mai di “invasione”

È però importante fare un’analisi dissociata da ogni forma di sentimentalismo per analizzare quanto le immagini che sono circolate sull’web e che hanno guadagnato le prime pagine di tutti i giornali, non siano altro che un voler strumentalmente scuotere le coscienze delle persone. Spostando il focus dal reale problema rispetto ai flussi migratori e declinandolo al pietismo tipico del lato umano. Infatti diminuisce, fino a scomparire, il riferimento al “clandestino” e si inizia a inquadrare la figura del migrante come “rifugiato”. L’invasione migratoria verrà trattata meno in chiave di invasione e più in relazione al soccorso, al naufragio, al lutto.

La scelta dei termini, che va a formare una sorta di vocabolario giornalistico della tragedia: “ecatombe, bollettino di guerra, drammatico censimento, trafficanti di morte” sono solo alcune delle espressioni usate per distogliere l’attenzione, di chi legge o guarda le immagini, dal vero problema per dirottarlo alla sola sfera emotiva.
In questo senso è significativo uno studio fatto dal professore Keith Greenwood della Scuola di giornalismo del Missouri e il ricercatore TJ Thomson che hanno cercato di dare risposta alla domanda: cosa ci descrivono le foto di migranti e rifugiati alle quali siamo esposti dai giornali e dai media nazionali e internazionali?
La risposta è che queste immagini narrano la verità, ma non definiscono tutto il mondo reale che vi ruota attorno. “La storia di un migrante non finisce quando attraversa il mare o supera il confine.

L’emotività immediata non risolve i problemi

Se le agenzie di stampa tralasciano ciò che accade ai migranti una volta che si sono stabiliti in un nuovo luogo, potrebbero perdere un’enorme opportunità”. Un considerevole vuoto temporale di conoscenza dove si costruiscono nuove storie di vita che senza controllo finiscono per sfociare nell’illegalità e criminalità. Una piaga che non riguarda solo noi ma la dignità della vita di quelle stesse persone. Reiterando nell’immobilismo legato all’emotività mediatica del momento, l’Occidente non porrà mai una risoluzione reale alla questione migratoria.

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