Ricordo di Giovannino Guareschi: ritratto di un grande italiano, a lungo oscurato

mercoledì 28 Aprile 14:39 - di Massimo Pedroni
Guareschi

Guareschi scriveva: “Bisogna sognare: aggrapparsi alla realtà, con i nostri sogni per non dimenticarci d’esser vivi”. Per chiunque è importante poter sognare. Ci sono delle condizioni nelle quali ci si può trovare a vivere, per cui sognare non è un’opzione ma una necessità. Magari in riva a un fiume poderoso come il Po, con quel suo lento inarrestabile fluire, intorno al quale la nebbia gemma come un risveglio di primavera mancato. Si accendono fantasie, timori, si avvertono presagi nella nebbia. Tra quelle vele di umidità, la creatività s’accende. Possono nascere storie. Personaggi. Che magari, nel vero senso della parola, diventeranno proverbiali. “Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto”. Si esprimerà in questi termini l’autore dei due personaggi che gli hanno dato fama internazionale. Don Camillo e Peppone, i bizzarri e litigiosi “cugini” della Bassa. Dove tra “un contrordine compagni” e una “benedizione” si sviluppa la narrazione delle vicende del Capo dei comunisti di un non meglio precisato paese emiliano con il Parroco del luogo. L’autore Giovannino Guareschi, faceva affiorare nelle fasi spigolose dei racconti una gran ricchezza di buon senso e umanità.

Guareschi e la Monarchia

Lo scrittore, era un uomo dalle convinzioni granitiche. Una per tutte lo sbandierare il suo essere Monarchico. Era ben a conoscenza della drammatica situazione che stava vivendo la sua terra in quel periodo. Nelle tensioni che sfociavano in orrori, vendette, violenze imperdonabili. “Cose terribili succedono a Castelfranco Emilia e gente ci manda lettere piene di terrore elencando assassinii. Quarantadue persone sono state già soppresse misteriosamente per causa politica o di vendetta, in uno spazio di pochi chilometri quadrati, in piena pianura. E la gente sa, ma non parla perché ha paura”. Questa sua testimonianza, stride con l’universo letterario da lui creato. Quello alla fine, indulgente e benevolo della saga Peppone e Don Camillo.

Il “piccolo mondo” di Guareschi

Forse, l’autore voleva esorcizzare, la drammatica concretezza di quelle fasi, attingendo dalla saggezza del fiume che con il suo fluire rinnova i valori perenni. Quello del senso di Umanità in primis. Possiamo vederlo anche vacillare in qualche gorgo improvviso della storia. Ma il respiro lento e equilibrato del corso d’acqua, ha sempre la meglio. Fin dalla infanzia il piccolo Giovannino (battezzato proprio con quella desinenza -ino, che sarà fonte di costante ilarità rispetto alla fisicità di tutto rispetto che maturerà da adulto), si troverà a vivere in una famiglia dagli orientamenti contrapposti. Il padre Augusto di simpatie socialiste la madre Lina Maghenzani maestra, fervente cattolica e Monarchica. Erano quindi “di casa” per così dire certe frizioni ideali. Palestra di dialettiche, che torneranno utili per nutrire i personaggi che l’autore fa muovere nel “piccolo mondo” così come da lui chiamato. Era nato a Fontanella di Roccabianca provincia di Parma il 1° maggio 1908.

Il talento satirico impareggiabile

Incontro veramente importante della sua vita, fu quello con Cesare Zavattini che conobbe sui banchi di scuola del Convitto Nazionale Maria Luigia di Parma, longevo Istituto d‘Istruzione un tempo riservato ai nobili. Zavattini, ricopriva il ruolo di istitutore. Fu docente anche del poeta Attilio Bertolucci. Il suo nome come figura di spicco del neorealismo, lo deve all’incontro con Vittorio De Sica. In veste di sceneggiatore, firmò tre capolavori di quella stagione espressiva Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano. Zavattini frequentando, ebbe modo di “annusare” il talento di Giovannino tanto che lo fece assumere negli anni Trenta dal “Corriere Emiliano” futura “Gazzetta di Parma”. La fiducia di Cesare Zavattini riposta in Guareschi, trovò conferma nel coinvolgimento dell’autore di Peppone e Don Camillo, nella nuova iniziativa editoriale “Il Bertoldo”. Giornale satirico graffiante e pungente, anche nei confronti del Regime, diretto concorrente del bisettimanale “Marc’Aurelio”.

La fondazione del “Candido”

Carattere schietto e vivace, una sera forse per annegare nel vino, il dolore per la scomparsa del fratello sul fronte russo (notizia rivelatasi fortunatamente falsa) sotto effetto della forte sbornia, inveì con frasi irripetibili contro Benito Mussolini. Rischiò di essere passato per le armi. Prevalsero le attenuanti. Per la sua fede Monarchica, nel tracollo del Settembre del 1943, fu catturato e imprigionato dai tedeschi in un campo di concentramento ove rimase fino alla fine della Guerra. Nel 1945 fondò “Il Candido” che presentò così: “Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile”. Nel 1948 esce il primo di una serie che durerà molti anni di storie su Peppone e Don Camillo.

Cosa scrisse l’ “Unità” alla sua morte

Alcuni, cinque, avranno la trasposizione cinematografica con i volti Gino Cervi Peppone e Fernandel per Don Camillo. Le traduzioni in altre lingue sono innumerevoli dal rumeno al vietnamita. Le copie vendute, per difetto, sono valutate intorno ai venti milioni. Un successo di carattere planetario innegabile. Ma l’evidenza cozza nettamente con i “trinariciuti” dall’ideologia, tanto che nella triste occasione del decesso di Giovannino, avvenuto il 22 luglio 1968, l’Unità ebbe il garbo, elemento da sempre appannaggio della testata di commentare: “melanconico tramonto dello scrittore che non era mai nato.”. Chissà, forse non gli era stato perdonato lo slogan di grande impatto che coniò per la competizione elettorale decisiva del 1948: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede. Stalin no”.

I guai giudiziari

L’ottenuta sconfitta del Fronte Popolare, per ottenere la quale Guareschi s’era battuto senza posa, fu un successo che certo non lo fece indietreggiare di un solo millimetro di fronte a qualcosa di poco chiaro. Anche se ciò poteva riguardare le massime autorità dello Stato. Fu capace infatti, caso unico nella vicenda della Repubblica, di trovarsi “impicciato” con modalità e conseguenze diverse con un Presidente della Repubblica e un Presidente del Consiglio. Nel primo caso per una vignetta apparsa sul Candido, rivista della quale era condirettore, che gli costò una condanna per vilipendio del Presidente Luigi Einaudi. Nella vignetta giravano troppe bottiglie di vino. La seconda, gli costò una condanna per diffamazione. Processo la cui parte offesa era addirittura Alcide De Gasperi. La questione complessa, verteva sulla autenticità o meno della firma di De Gasperi, su un documento nel quale il politico Trentino chiedeva gli Alleati, di bombardare Roma. Perizie confermarono l’autenticità dello scritto, il documento in seguito fu riconosciuto falso. Guareschi rivendicò la sua buona fede. Non rivolse Appello alla condanna inflittagli. Scontò di conseguenza la pena in galera. La detenzione fu della durata di 409 giorni.

Con il Tricolore sulla bara

Il “68 bussava alle porte. Ma non scalfì più di tanto i convincimenti di un vecchio “fiumarolo” come lui. Ribadì nel vorticoso contesto che si stava affermando, i suoi convincimenti. Che altro non erano che il frutto della leale, sanguigna, genuina bussola esistenziale dalla quale ricavava i comportamenti da tenere. “Il mondo cambia ma gli uomini rimangono come Dio li ha creati;  perché Dio non ha fatto nessuna riforma e le sue leggi sono eterne, perfette immutabili”. Con la bara avvolta nel Tricolore con lo stemma dei Savoia, in quell’assolato giorno di piena estate del “68, Giovannino se ne andava alla sua maniera, schietta, semplice, senza alcuna presenza delle Autorità repubblicane o riconoscimenti di sorta. Non pensiamo che ciò l’abbia preso particolarmente a male. Per l’occasione, lo scampanio d’accompagnamento per Giovannino, lo stavano suonando certamente insieme i suoi Peppone e Don Camillo. Questo bastava, e contro tutto e tutti era autenticamente vero.

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